La ritorsione della Cina contro gli Stati Uniti si amplia. Dopo aver messo nel mirino una serie di metalli strategici (gallio, germanio e antimonio), non solo nelle applicazioni hi-tech ma anche nell’industria della difesa, Pechino ha deciso di imporre sanzioni a 13 aziende militari statunitensi a partire da oggi, 5 dicembre, in risposta alla vendita di armi statunitensi a Taiwan.
Il provvedimento, comunicato dal Ministero degli Esteri cinese dopo che gli Stati Uniti hanno organizzato il transito del presidente di Taiwan, William Lai Ching-te, attraverso il loro territorio (è in visita nelle isole Marshall, seconda tappa dopo le Hawaii), segue la forte opposizione della Cina all'autorizzazione da parte degli Usa di una potenziale vendita di pezzi di ricambio e supporto per jet F-16 e radar a Taiwan per un valore di 385 milioni di dollari. Per Pechino compromettono la sua sovranità e integrità territoriale. D’altra parte ha sempre considerato l’isola parte del proprio territorio e il suo presidente Lai Ching-te un pericoloso separatista.
Le aziende colpite dalle sanzioni sono Teledyne Brown Engineering, Brinc Drones, Shield AI, Rapid Flight Llc, Red Six Solutions, Synexxus, Firestorm Labs, Kratos Unmanned Aerial Systems, HavocAI, Neros Technologies, Cyberlux Corporation, Domo Tactical Communications e Group W, ha dichiarato il ministero degli Esteri. Inoltre, la Cina ha congelato i beni di sei dirigenti di cinque aziende, tra cui Raytheon, Bae Systems e United Technologies, in Cina, e ne ha vietato l'ingresso nel paese. Anche le organizzazioni cinesi non possono intrattenere rapporti con queste aziende.
Si tratta di un’altra prova di forza nei rapporti commerciali tra la Cina e gli Stati Uniti. Rapporti destinati ad acuirsi ulteriormente una volta che Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Infatti, il presidente eletto ha annunciato che il giorno stesso del suo giuramento, il 20 gennaio, uno dei suoi primi ordini esecutivi sarà imporre una tariffa extra del 10% su tutti i prodotti cinesi finché Pechino non metterà fine al narcotraffico negli Stati Uniti, in particolare di fentanyl, dopo aver disatteso la promessa della pena di morte per i trafficanti di droga. Una tariffa che si dovrebbe aggiungere a quella del 60% già minacciata in campagna elettorale.
«Trump ha saputo far leva sul sentiment protezionistico che caratterizza l’elettorato americano e potrà ora utilizzare i dazi come strumento per stringere accordi vantaggiosi. L’accordo più importante, naturalmente, sarà con Pechino», sostiene David Adelman, ex ambasciatore Usa a Singapore, ora Managing Director e General Counsel di KraneShares. «Questo accordo si baserà sul Phase One Deal firmato durante la prima amministrazione Trump. E furono proprio i dazi imposti in quegli anni a creare le condizioni per la firma dell’accordo, che è stato vantaggioso per gli Stati Uniti e che ha reso la Cina il più grande consumatore di prodotti agricoli americani», ricorda Adelman.
La Cina si trova attualmente in una fase di rallentamento economico ma il presidente Xi ha ribadito la volontà e l’impegno volto a ricostruire la fiducia dei consumatori cinesi e a ripristinare livelli di crescita elevati per l'economia cinese. «Trump e il suo team probabilmente considerano l’attuale condizione della Cina come un vantaggio per arrivare a un accordo particolarmente favorevole. Il tycoon potrebbe fare ciò che molti presidenti fanno nel loro secondo e ultimo mandato, ovvero cercare di consolidare l’eredità che lasceranno alla storia americana», prevede Adelman secondo il quale Trump si vede, in un certo senso, come un presidente alla Ronald Reagan, un uomo forte disposto a stipulare grandi accordi e a lavorare sfruttando le sue relazioni personali.
Trump ritiene anche di avere stabilito una relazione personale con Xi. Durante la sua presidenza ha, infatti, avuto undici diverse telefonate a tu per tu con il leader cinese. «Si tratta di un numero importante e ci aspettiamo che anche durante il suo secondo mandato continuerà a rivolgersi direttamente ai vertici di Pechino», aggiunge l’ex ambasciatore Usa a Singapore.
Per quanto riguarda l'impatto dei dazi, gli economisti sono concordi nell'affermare che il costo dei dazi sulle importazioni di beni stranieri in generale si ripercuoterebbe sui consumatori americani. Così è stato durante il primo mandato di Trump, almeno per i beni non soggetti a esenzioni, e così sarà anche in futuro. «Questo rappresenta un elemento di tensione e di attenzione, perché Donald Trump è stato rieletto alla Casa Bianca anche per via dei timori dei consumatori americani per l'inflazione che ha caratterizzato gli anni della presidenza Biden. Trump si presenta, quindi, » conclude Adelman, «con una strategia che minaccia di riportare i consumatori americani a quel tipo di problemi e oneri inflazionistici, una situazione complicata da gestire». (riproduzione riservata)