Credo che si debba riconoscere con onestà che le istituzioni europee, in questi ultimi anni, non abbiano sposato il detto sconfortante: «Il clima cambia, ma noi restiamo coerenti: sempre immobili».
L’Europa indolente e pigra si è vestita di coraggio e autorevolezza, aprendo la sfida epocale contro il surriscaldamento del pianeta, sulla quale progressivamente si sono allineati molti altri attori nel mondo - ma non tutti.
La Cina solo di recente ha deciso di tagliare del 10% le emissioni di Co2, mentre nel suo ultimo discorso alle Nazioni Unite Donald Trump ha definito il cambiamento climatico «the greatest con job ever perpetrated on the world», la più grande truffa mai perpetrata al mondo.
Eppure l’evidenza scientifica del surriscaldamento globale è schiacciante: proviene da osservazioni dirette, analisi fisiche, modelli climatici e conferme indipendenti. Trump ha torto e l’Unione Europea ha ragione. Non c’è dubbio. L’Europa deve continuare su questa strada, ma deve farlo con metodo, non con furore ideologico. Le grandi ambizioni diventano sostenibili solo se si accompagnano a un approccio riformista e realistico.
Il settore automobilistico europeo rappresenta una delle colonne portanti dell’economia: impiega circa 13 milioni di persone, genera oltre il 7% del pil dell’Ue ed è un motore di innovazione e occupazione. Negli ultimi anni tuttavia sta attraversando una crisi strutturale aggravata da fattori economici, geopolitici e tecnologici.
Tra le cause principali figurano la transizione ecologica e i costi della decarbonizzazione. L’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2050 e di vietare la vendita di auto a combustione dal 2035 ha imposto una riconversione industriale rapidissima. Le case automobilistiche devono investire miliardi in ricerca, trasformare impianti, formare nuova manodopera: tutto ciò con impatti pesanti su costi e competitività, soprattutto per le piccole e medie imprese. A questo scenario si aggiunge la concorrenza extraeuropea: i produttori cinesi stanno invadendo il mercato europeo con auto elettriche a basso costo e qualità crescente.
In questo contesto complesso si è aperto un confronto serrato. Il 23 ottobre il Consiglio europeo discuterà il tema; la Commissione sta preparando proposte e i gruppi parlamentari, insieme ai sindacati e agli attori socio-economici, sono pienamente coinvolti. Tutto mentre si avvicina la Cop30 di Belém.
La chiave politica sarà una lettera della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen che indicherà le cosiddette «condizioni abilitanti» per tagliare le emissioni del 90% entro il 2040. Dietro questa espressione si cela la flessibilità necessaria a calibrare gli sforzi degli Stati membri. Fonti del Consiglio Europeo sottolineano che il dibattito dovrà concentrarsi su come raggiungere gli obiettivi, non sugli obiettivi stessi. Il presidente del Consiglio Europeo cercherà di evitare una disputa sui numeri - 2035, 2040 o 2050 - e di orientare la discussione su come migliorare il coordinamento tra competitività e ambizione climatica. La presidenza danese farà un ultimo tentativo di accordo sulla Legge Climatica e sugli Ndc dell’Ue al Consiglio Ambiente del 4 novembre, in tempo per la Cop30.
Il Green Deal è stato concepito con regole e tempistiche rigorose. Chi non si adegua resta fuori mercato, perché fuori legge. Ma una rigidità eccessiva rischia di desertificare il tessuto produttivo e sociale europeo.
Il pericolo reale è quello di arrivare a un’Europa meno inquinata, ma anche economicamente e socialmente svuotata. Questo impatta non solo sui produttori, ma anche sui consumatori, in particolare sul ceto medio-basso, che spesso non può permettersi auto elettriche dai costi elevati, pur condividendo le preoccupazioni per il cambiamento climatico. E questo malessere ha inevitabilmente riflessi politici ed elettorali.
A complicare ulteriormente il quadro, la domanda di energia è destinata a crescere: l’intelligenza artificiale e il digitale - settori ad altissimo consumo energetico - avanzano in modo inarrestabile. Non tutti sanno che il digitale è già oggi uno dei principali consumatori di energia al mondo. Alcune grandi piattaforme, per sostenere la propria espansione, chiedono persino di poter utilizzare piccole centrali nucleari di nuova generazione. Temi così sensibili devono essere trattati con prudenza, analisi e buon senso.
Confermare la linea strategica europea è necessario ma occorre accompagnarla con scadenze più flessibili per evitare di impiccarsi a un ambientalismo dogmatico e irrealistico; con investimenti pubblici e privati, anche attraverso l’emissione di eurobond, per sostenere le industrie che guidano la transizione; con misure di sostegno ai cittadini, ad esempio formule di leasing sociale per rendere accessibili i veicoli a basse emissioni.
Se la politica non saprà trovare un equilibrio tra sostenibilità ambientale e crescita economica, confermerà la propria crisi di visione. (riproduzione riservata)
*già vicepresidente
del Parlamento Europeo
e presidente del gruppo
dei Socialisti e Democratici