La guerra commerciale del presidente Usa Donald Trump prosegue e, questa volta, colpisce il Brasile. Washington ha deciso di imporre dazi del 25% sulla maggior parte dei beni importati dal Paese sudamericano. Questa la decisione maturata dopo che un’indagine durata un anno ha fatto emergere, secondo gli Stati Uniti, una serie di pratiche commerciali sleali portate avanti da Brasilia.
Il provvedimento prende di mira alcune decisioni prese dal governo brasiliano, ad esempio gli ordini che impongono alle big tech a stelle e strisce di rimuovere determinati contenuti politici e sospendere gli account dei residenti negli Stati Uniti, oppure le tariffe preferenziali per il Messico e l’India. Altre pratiche scorrette, secondo Trump, riguardano la scarsa applicazione delle norme anticorruzione e l’imposizione di dazi doganali ritenuti iniqui da Washington.
Il dazio del 25%, che entrerà in vigore il 22 luglio, si applicherà alla maggior parte delle importazioni dal Brasile, ma sono esenti alcuni prodotti quali carne bovina, succo d’arancia, aeromobili e prodotti energetici.
Gli Usa hanno imposto i dazi ai sensi della sezione 301 del Trade Act del 1974, che consente agli Stati Uniti di avviare un’indagine sulle pratiche commerciali degli altri Paese. A febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti si era pronunciata contro molti dei dazi imposti da Trump in base a una legge diversa, l'International Emergency Economic Powers Act del 1977. La Corte aveva ritenuto che il tycoon avesse oltrepassato i limiti della sua autorità imponendo dazi generalizzati, tra cui uno del 50% per il Brasile.
Ma non è finita qui. Un’indagine separata degli Usa sull’applicazione delle norme in materia di lavoro forzato potrebbe portare all’imposizione di un dazio aggiuntivo del 12,5% sulle merci brasiliane. La decisione è attesa la prossima settimana.
Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha dichiarato in un comunicato che il provvedimento era necessario per garantire che i lavoratori e le aziende americane potessero competere ad armi pari: «Le lunghe trattative con il Brasile condotte nell'ultimo anno non hanno risolto questi problemi, ma restiamo aperti a proseguire i negoziati con il Brasile per apportare i cambiamenti necessari da tempo ai problemi individuati in questa indagine».
Secondo indiscrezioni, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, durante gli incontri degli ultimi mesi, avrebbe dichiarato di non accettare il trattamento che Trump voleva riservare al suo Paese. Lula ha anche accusato il senatore Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, di aver contribuito all’imposizione dei dazi. Il senatore ha negato l’accusa e ha dichiarato di voler convincere Trump a posticipare l’entrata in vigore dei dazi a dopo le elezioni del 4 ottobre 2026.
Secondo il presidente brasiliano non vi era «alcuna giustificazione per misure unilaterali», dato che Washington ha registrato un surplus commerciale con il Brasile pari a 424,5 miliardi di dollari in 15 anni, di cui 14,4 miliardi lo scorso anno.
Sulla questione si è espresso anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio: «Non ci siano fraintendimenti sul perché: il presidente Lula e il suo governo non hanno negoziato con gli Stati Uniti in buona fede. Le sue politiche economiche sono dannose sia per gli americani che per i brasiliani. Nell'ultimo anno, Lula ha anteposto il proprio ego al raggiungimento di un accordo per il benessere del popolo brasiliano, e questi dazi ne sono il prezzo». (riproduzione riservata)