I dazi azzoppano Stellantis. Il titolo della società scivola in fondo al Ftse Mib nella mattina di lunedì 24 agosto, con il titolo che perde oltre il 3% e attorno a quota 4,5 euro. Le azioni del gruppo guidato da Antonio Filosa sono di nuovo sul fondo del listino principale di Piazza Affari e a pesare torna soprattutto l’incertezza sul Nord America dopo il fallimento, nel fine settimana, dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada.
Il nuovo forte calo arriva dopo che venerdì sera Washington e Ottawa hanno interrotto le trattative che soltanto pochi giorni prima sembravano poter portare a un alleggerimento dei dazi americani sulle auto costruite in Canada. Da sabato gli Stati Uniti hanno fatto scattare nuovi dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi, mentre quelle sulle auto rimangono al 25%, con il premier Mark Carney che ha annunciato contromisure «dollaro per dollaro» che entreranno in vigore l’8 settembre. Al momento non sono previsti nuovi incontri tra le parti.
Per Stellantis la conseguenza più importante è che salta lo sconto tanto atteso. Nei giorni precedenti Stati Uniti e Canada avevano discusso una possibile riduzione dal 25% al 15% delle tariffe sulle vetture prodotte in Canada, accompagnata da deduzioni legate al contenuto nordamericano. Con il collasso del negoziato questa ipotesi è, almeno per ora, tramontata e rimane quindi in vigore l’attuale regime tariffario sulle auto canadesi.
Il fallimento dell’intesa ribalta così lo scenario che si era delineato la scorsa settimana, quando l’industria automobilistica aveva iniziato a intravedere una possibile de-escalation. Secondo le ricostruzioni americane, tra le questioni rimaste irrisolte figuravano proprio le concessioni sui dazi automobilistici, oltre alle controversie su acciaio, alluminio e altri settori.
Per Stellantis la posta in gioco è particolarmente elevata. Il gruppo dispone in Canada degli impianti di Windsor e Brampton e la propria catena produttiva nordamericana è profondamente integrata tra Canada, Stati Uniti e Messico. Il permanere delle tariffe rende quindi più costoso produrre a nord del confine americano e aumenta l’incertezza sulle future allocazioni industriali.
Il caso più delicato resta quello di Brampton, in Ontario. Il sindacato Unifor ha rivelato il 14 agosto che Stellantis sta valutando la chiusura e la vendita dello stabilimento, dove oltre 2.200 lavoratori sono in cassa da quando l’impianto è stato fermato per la riconversione. La fabbrica avrebbe dovuto produrre la nuova Jeep Compass, ma Stellantis ha successivamente trasferito il programma in Illinois dopo l’introduzione dei dazi americani.
Il gruppo ha finora sostenuto di essere alla ricerca di una soluzione produttiva sostenibile per Brampton. Tra le ipotesi emerse nei mesi scorsi c’era anche l’utilizzo dello stabilimento per produrre veicoli elettrici insieme alla partecipata cinese Leapmotor, scenario sul quale Unifor ha già espresso forti perplessità.
Un accordo tra Washington e Ottawa sui dazi non avrebbe automaticamente risolto il futuro dello stabilimento, ma avrebbe eliminato uno dei principali ostacoli economici alla produzione canadese. Il mancato compromesso lascia invece Stellantis davanti allo stesso problema che aveva spinto il gruppo a spostare negli Stati Uniti la Compass.
La nuova escalation commerciale impatta su Stellantis mentre Filosa sta cercando di rilanciare le attività nordamericane, una delle priorità del nuovo piano industriale. Alla partita Canada si aggiunge quella ancora più importante della prossima revisione dell’Usmca, l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada.
I costruttori americani stanno facendo pressione contro un irrigidimento delle regole di origine: secondo stime interne riportate da Reuters, le modifiche ipotizzate da Washington potrebbero comportare circa 2 miliardi di dollari di costi aggiuntivi annui per ciascuna delle big di Detroit, Stellantis compresa. (riproduzione riservata)