L’inflazione nell’Eurozona arriverà in modo duraturo all’obiettivo Bce del 2% nel primo trimestre dell’anno prossimo, secondo le attese degli analisti monetari consultati nel sondaggio periodico della banca centrale. La stessa previsione è stata fatta sabato dal governatore della Banca di Francia François Villeroy de Galhau: «Siamo sulla buona strada per sconfiggere l’inflazione e questa è una buona notizia. Potrebbero esserci dei rimbalzi temporanei nei prossimi mesi, ma si tratta di effetti tecnici. Salvo shock esterni, nel 2025 avremo un’inflazione al 2%, probabilmente verso inizio anno».
Il carovita sta scendendo più delle attese Bce. Le ultime proiezioni macroeconomiche di Francoforte, quelle di settembre, hanno indicato un’inflazione ancora al 2,5% nel primo trimestre 2025, con ritorno al target dal quarto trimestre dell’anno prossimo. È probabile che la Bce riveda al ribasso le stime nelle nuove proiezioni di dicembre, come ha lasciato intendere la presidente Bce Christine Lagarde. Francoforte ha iniziato a correggere il tiro nell’ultima riunione del 17 ottobre. Lagarde ha detto che l’obiettivo del 2% sarà raggiunto «nel corso» del 2025, quindi non più nella seconda parte dell’anno.
I rischi al ribasso sull’inflazione sono apparsi più evidenti dopo il dato di settembre, sceso all’1,7%, il livello più basso da aprile 2021. Sono calate anche le componenti più persistenti, quelle legate a servizi e valori di fondo (cioè al netto di energia e cibo), attese in calo ulteriore nel 2025. Pure i salari, dopo le numerose rinegoziazioni contrattuali del 2024, dovrebbero frenare. Il calo oltre le attese dei prezzi alla produzione in Germania, reso noto ieri, è stato un altro segnale di discesa del carovita.
La «bestia» dell’inflazione, come è stata chiamata in passato dal presidente della Bundesbank Joachim Nagel, appare domata. Eppure la politica monetaria della Bce è ancora restrittiva e continuerà a esserlo fino a quando i tassi (ora al 3,25%) torneranno al livello neutrale (stimato attorno all’1,5-2% dagli analisti). La stretta è ancora visibile nel credito che continua a essere debole nell’Eurozona.
La Bce giustifica la restrizione monetaria con l’attesa, più volte delusa negli ultimi mesi, di un aumento dei consumi sulla base dell’aumento dei salari. Francoforte ha indicato una crescita del pil dell’Eurozona dello 0,8% quest’anno e dell’1,3% l’anno prossimo. Secondo alcuni, un ritorno troppo rapido al tasso neutrale potrebbe aumentare le pressioni inflazionistiche.
C’è però uno scenario alternativo che si sta facendo strada. Gli indici Pmi hanno indicato prospettive di prolungata stagnazione. L’alta incertezza e la bassa fiducia stanno bloccando i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Se questo scenario dovesse proseguire e diventare un circolo vizioso, allora ci sarebbero motivi non solo per tornare al tasso neutrale, ma anche per scendere più in basso.
La Bce non ritiene di essere vicina a uno scenario di inflazione sotto il 2% in modo cronico. Ma presto Francoforte dovrà essere più esplicita nella normalizzazione sui tassi, definendo anche un nuovo linguaggio per la politica monetaria che per il momento prevede ancora di restare «restrittiva per il tempo necessario». Anche la linea delle decisioni «riunione per riunione» potrebbe essere messa in discussione. «Se la disinflazione si rafforza, è possibile che i tassi scendano sotto il livello neutrale», ha riconosciuto ieri il governatore lituano Gediminas Simkus. Anche un altro falco, il lettone Martins Kazaks, ha detto che un aumento dei licenziamenti potrebbe portare l’inflazione «significativamente al di sotto dell’obiettivo», anche se «l’ipotesi di base rimane quella di un atterraggio morbido dell’economia». (riproduzione riservata)