Escluse in maniera più o meno formale l’eventuale tassa sui cosiddetti extra profitti di banche e assicurazioni nonché, fino a prova contraria, ulteriori addizionali Ires, resta l’invito del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti perché le banche contribuiscano alla finanza pubblica: una frase che vuol dire tutto e nulla. Ovviamente gli istituti di credito contribuiscono con il pagamento di imposte tasse. Ma si pensa ad altro? Non credo che si vogliano riesumare disposizioni come il «vincolo di portafoglio» o i «limiti all’espansione degli impieghi finanziari» che furono introdotte negli anni ‘60, in una situazione completamente diversa, dopo il primo shock petrolifero. Limitazioni di quella specie rispondevano a una visione e a una normativa che di necessità avevano un carattere dirigistico poi definitivamente superato agli inizi degli anni ‘90 con la seconda Direttiva comunitaria in materia bancaria.
Intorno alla metà degli anni ‘90 per una serie di cause interne e internazionali gli spread Btp-Bund iniziarono a salire fino raggiungere gli 800 punti base e oltre. La politica monetaria, gestita in maniera superlativa dalla Banca d’Italia, che allora ne aveva ancora il pieno potere, contrastò l’inflazione e le relative aspettative conseguendo la discesa dei differenziali. Contribuì pure la moral suasion esercitata dall’istituto centrale (guidato dal governatore Antonio Fazio) nei confronti delle banche perché sottoscrivessero i titoli pubblici. In effetti, dopo l’entrata in vigore del divorzio consensuale Banca d’Italia-Tesoro operava in tutta autonomia quella che fu definita la «cintura dei Bot», l’insieme dei principali istituti che assicuravano il collocamento dei titoli in questione. Nel caso testè ricordato in un breve lasso di tempo gli spread scesero verso i 200 punti e dei titoli italiani si parlò come di asset tedeschi.
Oggi naturalmente si deve tener conto dei vincoli del Trattato Ue, a cominciare dal divieto di finanziamento monetario del Tesoro, anche se passi avanti sono stati compiuti in questi anni per agevolare il collocamento dei titoli pubblici (escludendo la sottoscrizione all’emissione). Ma, prima ancora di riferirsi alle banche, bisognerebbe guardare alla Bce e alla necessità che finalmente dia un segnale, nel consiglio direttivo del prossimo 12 settembre, di un allentamento della politica monetaria, anche integrandolo con tecnicalità che facciano leva su «premi e sanzioni» in relazione alle conseguenti politiche creditizie delle banche.
Siamo tra i primi e da lungo tempo a ritenere che il mandato della Bce debba essere riformato in modo da mettere sullo stesso piano la tutela della stabilità monetaria e il sostegno all’economia e all’occupazione. Ci rendiamo ben conto delle notevoli difficoltà per il raggiungimento di un tale obiettivo che richiede la revisione del Trattato Ue e dello statuto della Bce. Ma si deve ricordare che già de iure condito il sostegno in questione non è escluso: si prevede però che sia attivabile una volta conseguita la stabilità monetaria. Oggi siamo vicinissimi a tale condizione, per cui sarebbe difficilmente comprensibile un eventuale ulteriore temporeggiamento dell’istituto centrale nel varare un secondo taglio dei tassi a settembre.
Una riduzione sarebbe un valido contributo, per rimanere alla richiesta di Giorgetti. Poi vi è quanto si potrebbe fare in un rapporto concertato tra governo, banche, parti sociali; un rapporto che preveda, su basi autonome e volontarie, i comportamenti ottimali che potrebbero essere tenuti dai soggetti in questione per tutelare i rispettivi interessi senza trascurare gli interessi generali. Una riedizione di scelte del passato che diedero i loro frutti.
Dunque non si inseguano mete illusorie che poi alla prova dei fatti causano improvvise retromarce. Si progetti ciò che è realistico conseguire in breve tempo, mai dimenticando quel che spetta alla Bce e alle banche centrali nazionali e che da tempo è atteso. (riproduzione riservata)