L'accordo del G7 che a giugno ha esentato le multinazionali degli Stati Uniti dall'applicazione delle regole della global Minimum Tax «mette a rischio il processo di coordinamento della tassazione internazionale in ambito Ocse» e crea un precedente pericoloso su diversi fronti.
Lo segnala l'Ufficio parlamentare di bilancio in un’analisi sullo stop per gli Usa della global minimum tax del 15% sui profitti delle grandi multinazionali (quelle con ricavi non inferiori a 750 milioni di euro) che superano la remunerazione ordinaria dei fattori di produzione, ovunque siano localizzati.
Da un lato, l’esclusione degli Usa potrebbe spingere all’amministrazione a stelle e strisce a non accontentarsi e tentare di aprire nuovi campi di trattativa. «Uno di questi potrebbe essere il fronte delle Digital Services Taxes, unilateralmente adottate da molti Paesi, Italia compresa, per il loro presunto carattere discriminatorio nei confronti delle Big Tech statunitensi», segnala l’Upb.
Dall’altro lato, altri Paesi potrebbero voler seguire l’esempio degli Usa e «rivendicare un trattamento analogo a quello riservato agli Stati Uniti dall'accordo del G7 con conseguenze sul coordinamento fiscale internazionale».
L'intesa del G7, secondo l'Upb, «appare conveniente per gli Stati Uniti non tanto per gli effetti di gettito, che appaiono incerti, ma per la possibilità di mantenere margini di autonomia della politica tributaria, al fine di favorire la competitività delle proprie multinazionali».
Il 63,8% dei profitti delle multinazionali è prodotto negli Stati Uniti, mentre il 36,2% dalle controllate/collegate all'estero. Per esempio in Italia ci sono 747 multinazionali Usa, che realizzano 7 miliardi di profitti e 128 miliardi di ricavi. (riproduzione riservata)