Forte calo per le attese di inflazione dei consumatori dell’Eurozona. È una buona notizia per la Bce in vista dei tagli dei tassi che gli operatori si attendono quest’anno (saranno sei secondo i mercati monetari): le aspettative sul carovita sono ancorate al target del 2% nel medio termine e c’è una minore probabilità di rilevanti incrementi salariali nei prossimi mesi. A novembre, secondo il sondaggio mensile della Bce pubblicato ieri, i consumatori hanno indicato un’attesa mediana di inflazione nell’Eurozona a un anno pari al 3,2%, in discesa dal 4% segnalato a ottobre. Le aspettative a tre anni sono calate dal 2,5 al 2,2%. Si tratta di valori che non si registravano da febbraio 2022, prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Le aspettative di inflazione sono più alte nei Paesi del Sud che in quelli del Nord.
La flessione dell’ultimo mese è stata «notevole» secondo la Bce. I consumatori percepiscono sempre di più la flessione dei prezzi dell’energia e dell’inflazione complessiva che è arrivata al 2,4% a novembre nell’Eurozona su base annua, per poi risalire al 2,9% a dicembre a causa di fattori statistici.
Al momento il rischio principale appare un possibile incremento del carovita legato alle vicende nel Mar Rosso. Molti economisti (per esempio quelli di Citi, Goldman e Unicredit) ritengono che per ora l’impatto sull’inflazione sia limitato. Si osserva che la situazione potrebbe rientrare e che comunque le aziende non possono trasferire prezzi alti alla clientela in una fase di stagnazione (e forse recessione) per l’Eurozona, al contrario di quanto avvenuto durante il Covid per effetto dell’ingente risparmio accumulato nella pandemia. Il capoeconomista della Bce Philip Lane ha ricordato in un’intervista al Corriere della Sera che l’aumento delle tariffe di trasporto potrebbe anche avere un effetto disinflazionistico perché «molte aziende potrebbero cancellare gli ordini e rimandare gli investimenti». Inoltre i rischi geopolitici «potrebbero indebolire la fiducia di imprese e famiglie». Lo scenario comunque potrebbe peggiorare in caso di allargamento del conflitto.
Le attese di inflazione in calo hanno riportato al centro dell’attenzione i tagli dei tassi. La fiducia degli investitori tedeschi misurata dall’indice Zew ieri è risultata in miglioramento proprio per l’aspettativa di tagli Bce. La maggior parte degli economisti punta su una riduzione ad aprile. Ieri Goldman Sachs non ha escluso una manovra a marzo. La banca americana ha indicato al 30% le probabilità di tagli di 50 punti base (invece che di 25) e di un ritorno dei tassi sui depositi all’1% a gennaio 2025 (dall’attuale 4%).
Finora i banchieri centrali Bce hanno tentato di spostare più avanti le attese di mercato sulla riduzione dei tassi per il timore di un allentamento eccessivo delle condizioni creditizie. Alcuni vogliono essere al sicuro sull’inflazione, anche a costo di aggravare la frenata economica. Tra questi ci sono i tedeschi Joachim Nagel e Isabel Schnabel, secondo cui è troppo presto per parlare di tagli. Per Nagel ci potrebbe essere una discussione «nella pausa estiva». L’austriaco Robert Holzmann ha avvisato che la Bce potrebbe aspettare per tutto il 2024, ma è un’ipotesi che nessuno considera.
Ieri a Davos il governatore francese François Villeroy De Galhau ha ribadito che il taglio sarà «molto probabilmente» quest’anno, anche se le tempistiche sono incerte. Lane ha ricordato che entro giugno sarà chiaro l’andamento dei salari ma ha precisato che la Bce monitora anche altri dati. Il portoghese Mario Centeno ha sottolineato che Francoforte deve evitare che l’inflazione finisca sotto l’obiettivo del 2%, un timore diffuso sui mercati (si veda MF-Milano Finanza del 10 gennaio). Intanto la Vigilanza Bce ha evidenziato ieri in un blog post primi segnali di deterioramento del credito. (riproduzione riservata)