I future sul greggio Wti scendono sotto i 60 dollari al barile (-3,17% a 57,75 dollari) e quelli sul Brent del 2,91% a 60,99 dollari al barile, raggiungendo il livello più basso da quattro anni e segnando il quinto giorno consecutivo di perdite, poiché i timori di un’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina scuotono i mercati e pesano sulle aspettative della domanda globale. Altre materie prime, inclusi i metalli di base come il rame (-10% da quando l’amministrazione Trump ha annunciato dazi reciproci sui principali partner commerciali), crollano mentre il presidente degli Stati Uniti è intenzionato ad andare avanti con le tariffe del 104% sui beni cinesi, alimentando i timori di una recessione. «La dura risposta della Cina riduce le possibilità di un accordo rapido tra le due maggiori economie mondiali, scatenando timori crescenti di una recessione economica globale», commenta Ye Lin, esperto di Rystad Energy. La crescita prevista della domanda di petrolio della Cina, fino a 100.000 barili al giorno, «è a rischio se la guerra commerciale dovesse prolungarsi; tuttavia, uno stimolo più forte per aumentare i consumi interni potrebbe mitigare le perdite», ha aggiunto. Quasi sicuramente, aggiunge Saverio Berlinzani, analista senior di ActivTrades, «gli acquirenti cinesi interromperanno gli acquisti di greggio dagli Stati Uniti e si orienteranno verso Russia, Medio Oriente e Africa».
Nel frattempo, l'Ue sta valutando un pacchetto completo di misure di ritorsione contro i dazi statunitensi, offuscando ulteriormente le prospettive globali di commercio ed energia. Mentre l'Opec+, ricorda Berlinzani, ha aggiunto pressione annunciando un aumento della produzione maggiore del previsto, indebolendo le speranze di equilibrio del mercato. Certo che con il greggio statunitense s 578 dollari le aziende energetiche Usa sono in affanno sui costi di estrazione. In America diverse oil companies con prezzi così bassi non riescono a mantenere un break-even (punto di pareggio) sull'operatività aziendale, considerando che si viaggia in un range tra 48 e 62 dollari a barile, osserva il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia. In questo momento i dazi stanno penalizzando molto più gli stessi Stati Uniti d'America che l'Europa. «Sicuramente come dichiarato dal presidente Donald Trump la partita si gioca su quanta energia l'Europa acquisterà dagli Usa», aggiunge Marsiglia. Comunque, il nemico peggiore americano non è solo la Cina, ma l'Italia e l'Europa, «forti ormai di una propria energia che è stata diversificata anni fa e consolidata attraverso il piano Mattei per l'Africa voluto dal governo Meloni e, all'intensificarsi di investimento in Egitto, Emirati e terzi Paesi africani e mediorientali, partner commerciali strategici che hanno declassificato l'America a una potenza minore per i nostri consumi energetici», ricorda Marsiglia. L'Italia è forte nell'acquisto di gas e petrolio, anche la politica industriale energetica in Libia inizia a dare fastidio. «Attendiamo l'incontro del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Washington (il 17 aprile, ndr), fiduciosi del forte rapporto con l'amministrazione Trump», conclude il presidente di FederPetroli Italia.
Nessun motivo, dunque, per essere ottimisti. Il team di economisti in Cina di Societe Generale ha stimato che i dazi potrebbero sottrarre 2 punti percentuali al pil cinese del 2025, ma questa previsione non include gli effetti di un potenziale stimolo fiscale. Poiché la Cina è stata la fonte più affidabile di crescita della domanda di greggio negli ultimi due decenni, gli effetti della contrazione della domanda dovuta ai dazi sono particolarmente rilevanti. «Al momento, riduciamo solo di circa 350 mila barili al giorno la nostra previsione sulla domanda per il resto del 2025, poiché non consideriamo l’eventualità di una recessione», indicano a Societe Generale. Anche l’ammontare completo dei contro-dazi deve ancora essere rivelato. Di conseguenza, «rivediamo il nostro target sul prezzo del Brent alla fine del 2025 a 60 dollari al barile e quello per il Wti a 57 dollari al barile. Non consideriamo una recessione nel nostro scenario base, ma se dovesse verificarsi, saremmo costretti a rivedere ulteriormente al ribasso le nostre previsioni, probabilmente portandole a livelli intorno ai 50 dollari al barile».