???L’Unione Europea si confronta da anni con una contraddizione strutturale: mentre il mercato unico dovrebbe garantire libera circolazione di beni, capitali e servizi, la frammentazione dei sistemi fiscali nazionali genera costi enormi per imprese, cittadini e bilanci pubblici. A ribadirlo con forza è Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo e presidente della Commissione per le questioni fiscali, commentando lo studio «The future of EU tax policy harmonisation», presentato dall’Europarlamento.
Secondo Tridico, «la mancata armonizzazione dei sistemi tributari è una doppia tenaglia per Paesi come l’Italia: da un lato il dumping fiscale di Stati come Lussemburgo o Irlanda, dall’altro la delocalizzazione delle imprese verso l’Est Europa. Serve una riforma europea del fisco che punti su standard comuni, maggiore scambio di informazioni e regole per evitare la doppia imposizione».
Lo studio quantifica i cosiddetti costi della «non Europa» in quattro aree: tassazione della ricchezza, tassazione delle crypto-attività, digitalizzazione delle amministrazioni fiscali e oneri di compliance per imprese e cittadini. Non si tratta di proporre nuove imposte europee, ma di ridurre inefficienze, arbitraggio e distorsioni attraverso una maggiore coordinazione.
Le differenze tra sistemi fiscali nazionali sono enormi: alcuni Stati applicano imposte patrimoniali estese a tutte le forme di ricchezza, altri si limitano a tasse immobiliari o di successione, mentre altri ancora praticamente nulla. Questo crea rischi concreti di doppia imposizione o, al contrario, di mancata imposizione nelle successioni transfrontaliere, e favorisce l’arbitraggio fiscale da parte degli individui più ricchi.
Secondo lo studio del Parlamento europeo, applicando le aliquote immobiliari attuali ai patrimoni superiori a 1 miliardo di euro si potrebbero raccogliere fino a 12,9 miliardi di euro, cifra che salirebbe a 15,2 miliardi se i Paesi convergessero verso la media Ue. Se si estende l’analisi ai patrimoni immobiliari superiori a un milione di euro, il gettito potenziale arriva fino a 151 miliardi. Una patrimoniale standardizzata dell’1% sui patrimoni oltre il miliardo potrebbe generare tra i 20 e i 35 miliardi all’anno, con forti differenze tra Stati dovute alle capacità amministrative.
Il settore digitale soffre di regole eterogenee: alcune giurisdizioni tassano solo la conversione in valuta tradizionale, altre considerano ogni transazione crypto-crypto. Con piena compliance, la tassazione delle plusvalenze crypto avrebbe portato 4,7 miliardi di euro nel 2024, con un potenziale di oltre 10 miliardi entro il 2035. Servono standard comuni su eventi tassabili, valutazioni e reporting interoperabile.
L’Ue si mostra, ancora una volta, «a due velocità» con alcuni Paesi che hanno inglobalto sistemi di e-filing universale, ID digitali avanzati e fatturazione elettronica in tempo reale, mentre con molti altri che si basano ancora su sistemi manuali. Per quanto riguarda gli oneri per imprese e cittadini variano enormemente (da meno di 60 a oltre 400 ore all’anno) a causa di procedure frammentate e richieste ridondanti. Lo studio suggerisce identificatori fiscali interoperabili, principio “once only” per la trasmissione dei dati e indicatori comparabili dei costi di compliance. (riproduzione riservata)