La Federal Reserve ha perso 114,3 miliardi di dollari nel 2023 a causa dei rialzi dei tassi decisi per frenare l’inflazione. È il peggior risultato della sua storia. Nei giorni scorsi la Banca Nazionale Svizzera ha comunicato una perdita di 3 miliardi di franchi. Nelle prossime settimane saranno pubblicati i conti della Bce e delle banche centrali nazionali europee. È probabile che molte siano in perdita, in particolare quelle del Nord Europa. La Bundesbank in particolare sta spingendo per ridurre le perdite attraverso la contrazione del bilancio Bce e l’aumento delle riserve obbligatorie non remunerate delle banche: è un problema perché queste manovre dovrebbero essere decise semmai per ragioni di politica monetaria, non per migliorare i conti.
Il rosso della Fed è dovuto agli interessi pagati alle banche sui depositi detenuti presso l’istituto centrale, a tassi molto più alti di quelli fissati in precedenza. Questo meccanismo è parte della trasmissione della politica monetaria all’economia. Per frenare l’inflazione la Fed ha alzato i tassi di 525 punti base da marzo 2022, anche se il picco con ogni probabilità è stato raggiunto e a maggio-giugno dovrebbero iniziare i tagli secondo gli analisti. Le spese per interessi della Fed verso le banche sono salite di 116 miliardi nel 2023. Nello stesso periodo le entrate legate agli interessi dei titoli in bilancio sono scese di 6 miliardi, a 164 miliardi da 170 nel 2022 (quando l’esercizio si era chiuso con un utile di 59 miliardi).
Il forte squilibrio tra spese e incassi ha portato all’ingente perdita. La Fed ha assicurato che «non ci saranno implicazioni» per l’efficacia della politica monetaria. La banca centrale ha definito una voce di bilancio («deferred asset») che dovrà essere colmata con utili nei prossimi anni prima che la Fed possa tornare a versare dividendi al Tesoro Usa. Ci potrebbero volere quattro o cinque anni: a fine 2023 la voce deferred asset era arrivata a 133 miliardi, anche come conseguenza di quasi 17 miliardi inclusi già nel 2022.
Negli anni scorsi, in seguito al Quantitative Easing e agli acquisti di titoli varati per aumentare l’inflazione, i ricavi della Fed erano esplosi. La banca centrale ha inviato al Tesoro 870 miliardi tra il 2012 e il 2021. Adesso la Federal Reserve si trova in una situazione opposta. Gli incassi dei bond, comprati quando i rendimenti erano più bassi, sono oggi inferiori agli interessi pagati alle banche, che invece si sono allineati subito ai rialzi dei tassi della banca centrale.
Le strette della Fed hanno avuto effetti sul settore bancario. Silicon Valley Bank (Svb) ha registrato perdite perché era troppo esposta a titoli di Stato a lunga scadenza con rendimenti bassi, con una raccolta sbilanciata verso depositi di società tecnologiche. Così l’istituto è finito in crisi. A differenza di Svb, la Federal Reserve non è obbligata a vendere i titoli sul mercato. La banca centrale inoltre non può fallire e non ha l’obiettivo di registare utili. La Fed così non avrà bisogno di iniezioni di denaro del Tesoro Usa che però dovrà rinunciare per alcuni anni ai dividendi della banca centrale.
Il rosso della Fed potrebbe comunque diventare materia per pressioni politiche, anche se per il momento la questione non è emersa negli Stati Uniti. In tal senso nelle prossime settimane le perdite delle banche centrali potrebbero finire sotto la lente della politica anche nel Nord Europa e in particolare in Germania. (riproduzione riservata)