«È arrivato il momento di adeguare la politica monetaria». A Jackson Hole si è chiusa un’epoca, quella del ritorno inaspettato dell’inflazione e degli sforzi - per alcuni tardivi - dei banchieri centrali per domarla. Venerdì 23 agosto il presidente della Fed, Jerome Powell, ha gettato le basi per un taglio dei tassi a settembre, che metterebbe fine a una delle strette più rapide e decise della storia, a distanza di quattro anni e mezzo dall’ultima sforbiciata del marzo 2020 all’inizio della pandemia di Covid.
Musica per i mercati, che sempre venerdì hanno festeggiato con rialzi generalizzati. La Fed era rimasta l’unica tra le grandi banche centrali dell’Occidente a non averli abbassati, complici le tensioni sull’occupazione che rischiavano di riattivare la spirale prezzi-salari. Ora invece dovrebbe invertire la rotta perché, a detta di Powell, «l’inflazione è diminuita in modo significativo (a luglio è scesa sotto il 3%) e il mercato del lavoro non è più surriscaldato».
La Fed si muoverà dopo una pausa lunga un anno e preceduta da 13 rialzi tra marzo 2022 e luglio 2023, che avevano portato i fed funds al 5,25-5,5%, ai massimi da oltre vent’anni. D’ora in poi potrà concentrarsi sul secondo aspetto del suo mandato: preservare la crescita economica per garantire la piena occupazione.
«Il taglio della Fed è scontato», commenta David Pascucci, analista dei mercati per Xtb. «Anche il FedWatch Tool conferma almeno una sforbiciata dato che le probabilità di tassi fermi sono allo 0%». Tagliare, quindi, ma di quanto? Perché da Jackson Hole il presidente Powell non ha fornito indicazioni sull’entità dell’allentamento monetario. «Dipenderà dai dati in arrivo, dalle prospettive in evoluzione e dall’equilibrio dei rischi», si è limitato a dire. Ecco perché Powell ha deluso chi si aspettava indicazioni precise sulla rotta da seguire.
Il banchiere centrale ha solo confermato quanto scritto nei verbali della Fed, pubblicati mercoledì 21. Dalle minute è emerso che «la stragrande maggioranza» del board era a favore di un taglio a settembre. Anzi, per «diversi» banchieri centrali i progressi sull’inflazione fornivano un’argomentazione per una sforbiciata dello 0,25% già a luglio. Strada spianata per settembre allora, anche perché intervenire «troppo tardi e troppo poco rischierebbe di indebolire indebitamente l’attività economica o l’occupazione».
Da qui a fine anno la Fed si radunerà tre volte: la prima il 18 settembre, poi il 7 novembre e di nuovo il 18 dicembre. Gli investitori sono concentrati sul primo dei tre vertici perché la banca centrale americana potrebbe stupire fin da subito con una sforbiciata dello 0,5%. «Ci aspettiamo tagli in ciascuna delle tre riunioni rimanenti nel 2024», è la previsione di Mark Haefele, direttore degli investimenti di Ubs global wealth management.
«Una riduzione di 50 punti base è possibile ma solo se giustificata da un indebolimento del mercato del lavoro o della spesa dei consumatori». Negli Usa l’occupazione rimane robusta ma qualche crepa è emersa dopo che la disoccupazione è salita al 4,3%, un valore comunque basso ma in forte aumento nell’ultimo anno (era al 3,4% all’inizio del 2023).
I dati arrivati giovedì 22 «hanno delineato un mercato del lavoro che, pur avendo perso un po’ di smalto, rimane solido», evidenzia Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione sono aumentate leggermente a 232 mila, ma continuano a essere ai livelli più bassi delle ultime sei settimane». Un rallentamento è in atto, quindi, ma non significativo.
L’economia americana invece resta tonica, come dimostra la crescita annua del pil del 2,8% nel secondo trimestre. Inoltre gli analisti si attendono un aumento degli utili delle società dell’S&P 500 (+11% nel 2024 per Ubs e +8% per Goldman Sachs). In realtà qualche scricchiolio c’è anche sul fronte della crescita. «I Pmi mostrano segnali contrastanti», aggiunge Debach. «Il settore manifatturiero si è indebolito ancora sotto quota 50, ma l’attività dei servizi è rimasta robusta a 55,2 punti».
Se il tragitto è incerto, c’è maggiore condivisione tra gli esperti sul punto di arrivo. Il Fed CmeWatch indica un taglio complessivo dell’1% entro dicembre. Goldman Sachs si spinge oltre e prevede che nei prossimi mesi la banca centrale americana ridurrà i tassi del 2%. Poi si fermerà. Il biglietto verde ne ha già fatto le spese e ora il cambio con l’euro è ai massimi da sette mesi, sopra quota 1,1 dollari. Il peggio però dovrebbe essere alle spalle perché la valuta americana avrebbe già prezzato i tagli.
Anche il Treasury soffre perché il rendimento del decennale è sceso al 3,8%, vicino ai minimi del mese. Corre invece l’oro (è sopra i 2.500 dollari) che non dà rendimenti quindi si rafforza quando calano i tassi: per Citi potrebbe toccare nuovi massimi a 3 mila dollari entro metà 2025. Anche i mercati potrebbero beneficiare dell’allentamento monetario. Ubs vede l’S&P 500 a 5.900 punti a fine anno e a 6.200 punti a giugno 2025 (ora è sopra 5.600 punti).
Su quali titoli puntare allora? Bank of America sottopesa quelli ciclici rispetto ai difensivi, che sovraperformano con premi al rischio più ampi e rendimenti obbligazionari più bassi. Gli analisti puntano su alimentare e bevande, mentre sconsigliano i titoli finanziari, in particolare le banche europee. Viste le incertezze macroeconomiche, BofA suggerisce anche coperture cicliche, di cui fanno parte i titoli dei semilavorati europei, dei beni di lusso e dei prodotti chimici. Da evitare i settori auto e aereo, interessanti in caso di leggera crescita ma vulnerabili in recessione. (riproduzione riservata)