Attendista, rialzista ed espansiva. Sono le tre caratteristiche che descrivono le politiche monetarie di Federal Reserve, Banca Centrale Europea e Bank of Japan. Le tre più importanti banche centrali al mondo si riuniscono questa settimana per decidere come procedere sui tassi di interesse.
Per la prima volta dal marzo del 2022, il Federal Open Market Committee (Fomc) nella riunione del 13-14 giugno lascerà, molto probabilmente, invariati i tassi sui federal funds. Ma questo non indicherà per forza la fine della stretta monetaria. La parola più utilizzata dagli analisti è infatti «pausa». Dopo il ciclo di inasprimento di 500 punti base che ha portato i tassi tra il 5% e il 5,25%, il mercato prevede per l’80% che a luglio la Fed potrebbe tornare ad alzare i tassi di interesse di 25 punti. Questo dipenderà soprattutto dai dati di giugno su inflazione, prezzi alla produzione e mercato del lavoro.
Il governatore della Fed, Jerome Powell, nel corso della conferenza stampa successiva alla riunione del 14 giugno ribadirà che la banca centrale Usa deve mantenere i tassi di interesse più alti ancora a lungo. «Probabilmente sottolineerà che questa non è la fine del ciclo di inasprimento e che le future decisioni di politica monetaria si baseranno sulle prospettive di crescita e inflazione», spiegano da La Française.
Facendo riferimento al dot-plot, il grafico a punti con le prospettive dei membri della Fed fino al 2025, gli esperti si aspettano di osservare una revisione al rialzo del punto mediano per i tassi per il 2023 (rispetto alle proiezioni di marzo al 5,4%) e il 2024 (proiezioni 4,5%). Non prevedono però cambiamenti per il 2025 o nel lungo periodo. Per quanto riguarda la crescita, la stima dovrebbe essere maggiore per il 2023 (dallo 0,4% allo 0,7%) e restare stabile nel 2024 e 2025 (rispettivamente all’1,2% e all’1,9%). Infine, gli esperti ritengono che la Commissione manterrà le aspettative mediane di inflazione headline e core sostanzialmente invariate per il 2023 (rispettivamente al 3,3% e al 3,6%) e per i prossimi due anni (al 2,5% e al 2,6% nel 2024 e al 2,1% per entrambe nel 2025). Prevedono inoltre che le aspettative sul tasso di disoccupazione per il 2023 siano riviste al ribasso dal 4,5% al 4,2-4,3%.
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Nelle previsioni degli esperti è ormai certo che la Banca Centrale Europea alzerà i tassi di interesse di altri 25 punti base nella riunione del 15 giugno portandoli al 3,5%. Un’idea che stata già scontata dai mercati. Ciò che però mercati ed esperti stanno aspettando di capire è che cosa succederà a luglio e settembre. «La strada annunciata è quella di un ulteriore rialzo. La domanda è se la seguiranno», spiega Pablo Duarte, senior research analyst del Flossbach Research Institute. Secondo l’esperto tutto dipenderà da tre fattori: dall’inflazione in Europa, dalla recessione e dalle mosse della Fed.
«Il problema della Bce è che deve prendere decisioni di politica monetaria per 20 Paesi diversi che hanno inflazioni diverse», ricorda Duarte, «se l’inflazione si mantiene alta, i falchi della Bce avranno più argomenti per sostenere tassi più alti. Tuttavia, se l’economia dell’Eurozona rallenterà ulteriormente e le condizioni finanziarie si inaspriranno, il Consiglio della Bce avrà meno argomenti per ulteriori rialzi». Se la Federal Reserve farà la pausa annunciata, la Bce potrebbe seguirla con una pausa successiva, ma nel medio periodo, i tassi di inflazione resteranno la variabile principale che Francoforte seguirà. Per l’esperto la Bce potrebbe anche finire per accettare implicitamente un obiettivo di inflazione più elevato, senza annunciarlo esplicitamente.
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Quanto ai riflessi sul mercato molto dipenderà invece dalla capacità del Consiglio direttivo di sorprendere i mercati. «Finora sembra esserci un errore di comunicazione», continua Duarte, «la presidente Lagarde ha detto che aumenteranno ancora i tassi, ma i mercati credono che non lo faranno. Il problema è ovviamente il debito pubblico». Con una crescita stagnante, il debito diventa infatti insostenibile e al momento i mercati sospettano che i governi dell’Eurozona non siano in grado di ripagare il loro debito. Per questo motivo, la parte più importante sarà la guidance delle azioni del Consiglio per il resto dell’anno. Un qualsiasi accenno a un allentamento della stretta sarà ben accolto dai mercati, al contrario potrebbero andare nel panico.
In Giappone l’inflazione è aumentata, seppur a livello più bassi di quelli della zona euro e degli Stati Uniti. In particolare l’inflazione core ha superato il 4%. La Bank of Japan ha, fino ad ora, seguito una politica ultra-accomodante lasciando i tassi di interesse negativi (-0,1%).
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Sul fronte dei riflessi sui mercati azionari, la situazione è però più fragile. «Se la BoJ dovesse accennare a un’uscita dalla propria politica monetaria ultra-allentata, i mercati azionari probabilmente subirebbero una forte correzione», spiega Duarte. «Le aspettative sono che non faranno nulla fino a quando l’inflazione non avrà raggiunto un livello elevato e stabile». L’influenza sui mercati obbligazionari sarà simile a quella dei mercati azionari. Anche le obbligazionari reagiranno con forza solo in caso di sorprese. Visto l’attuale andamento del mercato obbligazionario giapponese comunque, a meno che non accada qualcosa di straordinario, non si prevedono grandi movimenti. (riproduzione riservata)