C’è chi un grande patrimonio lo crea con il suo lavoro imprenditoriale, chi la ricchezza la eredita ma non vuole fare lo stesso lavoro dei suoi genitori e nonni, chi con questo patrimonio che ha ereditato (o costruito) vuole investire nei mercati azionari, nel private equity, nell’arte o addirittura dedicarsi alla filantropia. E poi c’è chi tutte queste operazioni le riunisce sotto un unico cappello, dedicandosi al tempo stesso alla gestione degli investimenti, ai passaggi generazionali, alle organizzazioni delle attività dei membri di una famiglia facoltosa. Si tratta dei family office, «studi di consulenza personalizzati che nascono per offrire consulenza strategica e fiscale per la conservazione intergenerazionale della ricchezza e il suo utilizzo per uno scopo», scrive Giovanni Andrea Toselli, presidente e ad di PwC Italia, nella prefazione del libro Il futuro dei family office in Italia, edito da Rubbettino.
Insomma, un family office è una società di consulenza e gestione del risparmio al servizio di una o più famiglie ultra ricche, il cui obiettivo è quello di preservare il patrimonio dei clienti in modo tale che resista al passaggio del tempo e delle generazioni. «Il nostro compito è gestire il patrimonio di clienti ultra-high-net-worth (ultra ricchi, ndr), che hanno un orizzonte temporale talmente lungo che la prospettiva dell’investimento è addirittura superiore rispetto alla durata della vita dei componenti attuali della famiglia», spiega a MF-Milano Finanza Nancy Curtin, global chief investment officer di Alti Tiedemann Global. «In altre parole, si tratta di una prospettiva multigenerazionale. Questo è un vantaggio per il portafoglio, perché c’è un margine ampio per personalizzare l’investimento, con una quota interessante di strumenti alternativi».
Ma come è composto oggi un portafoglio di un family office? Nel suo Global Family Office Report del 2024 la banca svizzera Ubs ha fatto i conti in tasca a queste speciali società di gestione rivelando che, a fine 2023, il portafoglio dei family office a livello globale era composto al 58% da asset class tradizionali e al 42% da investimenti alternativi. Certo, ci sono differenze rilevanti tra le varie aree geografiche: le famiglie ultra-ricche europee ad esempio hanno una quota di bond (19%) ben più alta delle loro controparti nordamericane (7%), che invece preferiscono di gran lunga il private equity (35% contro 22% degli europei). Mentre le grandi famiglie svizzere hanno un certo appetito per l’oro (6% contro l’1% di media globale) e per gli strumenti di liquidità (14%, la media generale è del 10%).
Quanto al modo in cui viene costruito il portafoglio, non va dimenticato che «i nostri sono clienti globali, cittadini del mondo che come tali vogliono accedere ai migliori fondi e ai migliori asset manager di tutto il globo», aggiunge Curtin. Il tutto «con un grado di personalizzazione massimo, sia in termini di liquidità sia per quanto riguarda l’asset allocation, il profilo di rischio, gli obiettivi di rendimento. L’obiettivo è molto importante ed è il punto di partenza: può essere un obiettivo di rischio massimo, di rischio minimo, o per esempio un obiettivo di tipo Esg», quindi una sempre maggiore attenzione agli elementi di sostenibilità ambientale, sociale e di buona governance in portafoglio.
Nella costruzione dei portafogli la responsabile degli investimenti di Alti Tiedemann individua tre variabili essenziali. Primo, «la stabilità: i clienti vogliono preservare il capitale e questa componente, che di solito costituisce il 10-15% dell’allocazione complessiva, si costruisce con strumenti a basso rischio come possono esserlo i bond sovrani». C’è poi una componente di diversificazione, «che costituisce in genere il 20-30% del portafoglio, e che permette di muoversi in un vasto range di investimenti come per esempio oro, real estate, infrastrutture». In questo ambito, sottolinea Curtin, «ci piace anche il private credit, che dovrebbe dare ritorni attesi nell’ordine del 10% o anche superiori». E infine c’è una componente «di crescita, a cui si destina il 55-70% dell’allocazione complessiva. Qui rientrano gli investimenti a rischio più elevato, e anche quelli più volatili. Si tratta di investimenti in azioni quotate globali, con una quota importante nel tech americano, più fondi di private equity».
Come emerge dalle percentuali indicate dalla money manager, «noi raccomandiamo sempre ai clienti di avere tutte e tre le componenti in portafoglio. In altre parole, devono essere sempre in grado di avere stabilità in caso di shock, come possono esserlo quelli geopolitici, ma anche di partecipare ai rialzi dei mercati». Le principali differenze strategiche tra un portafoglio e l’altro «dipendono dalle scelte dei clienti e dalla tolleranza al rischio, mentre quelle tattiche vengono applicate soprattutto alle componenti di diversificazione e crescita del portafoglio», spiega la chief investment officer.
Come si protegge durante le fasi di volatilità di mercato il patrimonio di una famiglia ultra ricca? «In caso di volatilità e ribassi dei mercati, il primo strumento di protezione dal rischio, anche geopolitico, è la diversificazione», osserva la money manager. «Un portafoglio ben diversificato è infatti generalmente in grado di proteggere sia dai ribassi sia dalla volatilità. E poi ci sono gli strumenti di protezione specifici: avere in portafoglio oro o fondi hedge è una valida forma di protezione».La geopolitica di per sé, conclude Curtin, «conta meno: ogni fase storica offre le sue opportunità. Quello che bisogna saper fare è coglierle».
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