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Scacchi, gatti ed empatia, che cosa è vera intelligenza?
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Scacchi, gatti ed empatia, che cosa è vera intelligenza?

di Francesco Elli
08 maggio 2025, 18:00

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Uno sguardo al futuro (distopico o salvifico?) con l’esperto di IA Fabio Moioli

Lo scenario che resta, dopo aver parlato con Fabio Moioli, ingegnere, esperto di IA e Leadership advisor per la società di consulenza Spencer Stuart, è un po’ inquietante. Dunque, meglio levarsi subito il dubbio: «L’IA arriverà a scrivere questa intervista meglio di un essere umano?». «La domanda non è se, ma quando», precisa l’ex manager di Ericsson, McKinsey, Capgemini e Microsoft. «Oggi forse no. Tra 10, se sei Baricco, magari ancora ti salvi. Ma tra 50, anche se sarai Baricco...». Tanto valeva farlo scrivere a chat GPT allora questo articolo… «Non direi», osserva Moioli. «Per fare un paragone: la prima volta che un computer ha battuto un essere umano a scacchi era il 1997. Mio fratello oggi continua a giocare a scacchi, prende lezioni, si diverte. Il computer lo batte sistematicamente, ma lui continua a giocare! Certo, nessuno lo paga per farlo...».

Fabio Moioli, ingegnere, esperto di IA, leadership advisor per Spencer Stuart
Fabio Moioli, ingegnere, esperto di IA, leadership advisor per Spencer Stuart

Calcolare o imparare?

Facendo un passo indietro, il computer che nel 1997 batté il campione del mondo Kasparov si chiamava Deep Blue ed era stato progettato da Ibm appositamente per giocare a scacchi. «Ma, dal mio punto di vista, quella non era una intelligenza artificiale», spiega Moioli. «Quel computer aveva semplicemente una capacità di calcolo di circa 200 milioni di mosse al secondo e tra queste valutava e trovava la mossa giusta. Per quanto impressionante, non la definirei IA». Al contrario, lo è quella di AlphaGo Zero, un programma al quale sono state date soltanto le regole per giocare a Go (un gioco con una complessità computazionale elevatissima) e che, per imparare a giocare, ha usato una tecnologia chiamata «reinforcement learning». Le prime volte perdeva, ma mentre perdeva imparava e, tempo tre giorni, ha sconfitto il campione mondiale. Allo stesso algoritmo sono state date anche le regole per giocare a Space Invaders e ha vinto anche lì. Questo con Deep Blue non sarebbe stato possibile».
Generalizzando: se insegni a un programma a riconoscere qualcosa fornendogli la descrizione, sei nell’informatica classica. Se gli insegni facendo esempi, sei nell’IA. La differenza è che il primo, davanti a un gatto con tre zampe, probabilmente non lo riconoscerebbe perché non lo associa a una descrizione («i gatti hanno 4 zampe»), mente il secondo lo individuerebbe comunque. L’IA però è già ben oltre questi esempi. «L’IA classica è già piuttosto diffusa e applicata a livello industriale, anche se è un progresso meno visibile. Lo sono, per esempio, le macchine che si fermano al semaforo rosso, o il macchinario che capisce se gli occhiali sul nastro trasportatore hanno dei difetti. Chat GPT stupisce il mondo con maggiore evidenza perché è un’IA pre-trained, ovvero pre-addestrata, generativa, cioè capace di produrre un contenuto nuovo, e, soprattutto, è utilizzabile da tutti: per modificare una foto, creare un video, generare una fake news...».

Oggi genera immagini, domani molecole

Se qualcuno pensa che sia più rivoluzionaria la macchina che si guida da sola piuttosto che un algoritmo per modificare immagini e video, è solo perché non vede oltre le apparenze. «L’IA generativa ha già delle applicazioni più importanti», si fa serio Moioli. «Per esempio, nella gestione dei call center, o nel generare contenuti per una pagina web in base all’esperienza utente. Anche in questi casi, appunto, genera un contenuto che prima non c’era. Il campo nel quale l’intelligenza artificiale, però, potrà essere più rivoluzionaria secondo me è quello delle scienze. D’altra parte, il testo di una mail non è che una combinazione delle lettere dell’alfabeto. Se a queste sostituisci gli elementi chimici, che cosa può scrivere un’intelligenza artificiale? E se usi i codici della genetica? Cosa le impedirà di trovare la formula di una molecola capace di assorbire la CO2? Medicine che combattono i tumori? Prodotti che fanno vivere fino a 200 anni?».
A maggior ragione se arriverà il tanto ricercato computer quantistico. Il primo chip di questo tipo, chiamato Majorana 1 in onore del fisico italiano, Microsoft lo ha presentato nel febbraio 2025, ma anche al Cineca di Bologna sono in attesa di accendere entro l’anno i primi 54 qubit di un calcolatore quantistico da integrare nel supercomputer Leonardo.

Fabio Moioli, ingegnere, esperto di IA, leadership advisor per Spencer StuartIl processore quantistico Majorana 1 di Microsoft
Il processore quantistico Majorana 1 di Microsoft

La portata della rivoluzione ha un ordine di grandezza difficile da comprendere: «Il computer quantistico può processare in pochi minuti algoritmi per i quali i migliori computer di oggi impiegherebbero più della vita dell’universo». Possibilità entusiasmanti, insomma, ma che lasciano dietro di sè interrogativi sospesi e difficili da eludere nella banalità del quotidiano. Di fronte a questo scenario, per esempio, a una figlia che oggi si deve iscrivere all’università, che indirizzo consiglierebbe Moioli? «Io vedo due opzioni: o diventa un’esperta di AI, perché serve chi la costruisce, chi la addestra, chi la governa... Oppure, all’opposto, scelga una professione difficile da automatizzare e che richiede empatia, dall’infermiera alla baby sitter. È vero che potrà esserci in futuro un robot che bada ai figli o accudisce i genitori anziani, ma ancora a lungo continueremo a preferire un umano per queste attività. L’empatia non è la specialità dell’IA, seppure sta migliorando; per esempio finge molto bene di esserlo». 
La conversazione sarebbe finita qui, ma lasciamo l’ultima parola all’IA: @Gemini, come chiuderesti questo articolo? «L’IA avanza, è un’onda inarrestabile che richiede saggezza e visione». Più empatica? «Mentre l’AI avanza inarrestabile, ricordiamoci di guidare la sua onda con saggezza e amore».
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