Sono giorni «decisivi» per le sorti del più grande polo siderurgico d’Italia: l’ex Ilva, che a Taranto ospita il sito produttivo più esteso del Paese. Il più grande e anche il più strategico, perché nello stabilimento tarantino si produce acciaio primario: fondamentale per la filiera dell’automotive, degli elettrodomestici e, volendo, anche per quella della difesa.
Si parla di ore «decisive» ma, in realtà, negli ultimi mesi sono stati numerosi i momenti in cui Acciaierie d’Italia è sembrata a un punto di svolta. Dalla messa in amministrazione straordinaria decisa dal governo Meloni – con la quale è stata estromessa la gestione della famiglia Mittal – di appuntamenti «fondamentali» ce ne sono stati diversi. A partire dal bando di gara per la vendita, aperto ormai un anno fa.
Questa volta, però, come ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, dopo la riunione con enti locali e amministrazioni pugliesi, si sarebbe arrivati a «un momento storico». Per il Mimit e per i commissari che gestiscono l’ex Ilva è fondamentale raggiungere al più presto un accordo che consenta al gruppo di riottenere l’autorizzazione ambientale (l’Aia), riattivare gli impianti (attualmente è in funzione un solo altoforno su quattro) e rilanciare la produzione, oggi ridotta ai minimi. Tutti passaggi chiave per riaprire la trattativa di vendita, che coinvolge gli azeri di Baku Steel, ma anche gli americani di Bedrock e gli indiani di Jindal Steel.
Intanto resta aperto il fronte occupazionale. Attualmente, su 10mila addetti, circa 3 mila sono in cassa integrazione. Anche per questo i sindacati chiedono una nazionalizzazione di fatto del più grande centro siderurgico del Paese. Una proposta che Urso ha definito «incostituzionale»: «L’Ilva non rientra tra le categorie previste dall’articolo 43», ha detto il ministro, spiegando che «non è un servizio pubblico essenziale, non riguarda le fonti di energia né configura una situazione di monopolio».
Nel frattempo i fondi pubblici appena stanziati (200 milioni) basteranno solo per qualche settimana. Secondo gli ultimi bilanci visibili, il gruppo perde tra i 40 e i 50 milioni di euro al mese. Infine c’è il nodo ambientale. Il ministero, proprio in questi giorni (prossimo appuntamento il 15 luglio), sta cercando un’intesa con la Regione Puglia per avviare un piano di decarbonizzazione del sito.
Ma la riconversione industriale passa inevitabilmente dal gas: sfruttando il raddoppio del Tap (che richiederà almeno tre anni) e le infrastrutture esistenti, si potrebbe garantire l’alimentazione di tre forni elettrici. Ma la loro realizzazione richiederebbe almeno quattro anni di lavori.
Un’altra ipotesi è quella della nave rigassificatrice: ingombrante, e poco gradita in Puglia. Una fine, però, ancora non si intravede. Non martedì 8 luglio, e nemmeno dopo. Nonostante siano mesi che si parla di giorni «cruciali» per il destino dell’ex Ilva.(riproduzione riservata)