Realizzare la grande acciaieria elettrica d’Italia non più Taranto ma nel porto calabrese di Gioia Tauro. È questa l’ipotesi che sta prendendo corpo a Roma e che potrebbe ridisegnare la geografia industriale del Paese, mentre l’ex Ilva annaspa tra altoforni spenti, una cassa integrazione che coinvolge oltre 4 mila lavoratori e il continuo rinvio del piano di decarbonizzazione.
Una scelta che, se intrapresa, segnerebbe l’abbandono dell’iniziale progetto di riconversione di Acciaierie d’Italia dopo lo stallo istituzionale che si è consumato martedì 8 luglio a Palazzo Piacentini, dove la Regione Puglia ha risposto con una serie di «forse» alle cinque condizioni poste dal governo per procedere con il piano di decarbonizzazione dello stabilimento siderurgico di Taranto.
Dall’autorizzazione per la nave rigassificatrice – fondamentale per la realizzazione dei tre forni elettrici con il peridrotto (Dri) – a quella per l’impianto di desalinizzazione, fino all’accordo sulla continuità produttiva sotto il regime Aia: i quesiti che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha messo sul tavolo non hanno trovato l’adesione necessaria per firmare l’accordo di programma.
E nel frattempo che lo stallo politico su Taranto si intensifica, il governo, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, avrebbe iniziato a studiare una nuova ipotesi: quella di spostare il futuro dell’acciaio verde italiano a Gioia Tauro, dove le condizioni logistiche ed energetiche sembrano oggi più favorevoli e, soprattutto, meno osteggiate.
Giovedì 3 luglio il ministro Urso ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, proprio in merito allo sviluppo portuale e produttivo dell’area di Gioia Tauro. Durante il confronto è stato esaminato anche il progetto del rigassificatore terrestre che risulta in grado di processare da 12 a 16 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto all’anno ed è stato già autorizzato nell’area.
La Calabria, inoltre, può beneficiare dei Fondi di Coesione per il Mezzogiorno: un aspetto da non sottovalutare in grado sia di sbloccare risorse economiche (necessarie per la realizzazione dei Dri), sia di dare una mano alla mission europea di Raffaele Fitto.
La presentazione del Piano Siderurgico Nazionale prima della chiusura dei lavori parlamentari resta comunque l’obiettivo principale del ministro. E per riuscirci bisogna «sciogliere il nodo principale: Taranto», ha detto ieri Urso. Al Parlamentino di via Veneto, stanza in cui erano riuniti tutti gli addetti ai lavori, qualche soluzione alternativa sarebbe emersa. Alcuni esponenti energetici, per esempio, avrebbero calcolato che sommando il gas proveniente dal raddoppio del Tap (pari a circa 1,3 miliardi metri cubi annui) al massimo sfruttamento della rete esistente si otterrebbe gas sufficiente (circa 2,5 miliardi di metri cubi) per alimentare tre forni elettrici.
Una soluzione che – seppur con alcuni effetti collaterali – potrebbe tenere in piedi Taranto. Ma, come sempre, il condizionale è d’obbligo. Soprattutto dopo la fumata grigia di ieri che ha portato al rinvio del tavolo a martedì 15 luglio. «Quella di ieri (martedì 8 luglio, ndr) è stata una giornata storica», ha detto il ministro dopo il vertice di otto ore, «in entrambe le due ipotesi sarà mantenuta la continuità produttiva. Ora la palla è in mano alla Regione Puglia». (riproduzione riservata)