Il doppio degli attuali cassintegrati, quasi mille dipendenti in più rispetto al numero massimo previsto dall’accordo di marzo. Nell’incertezza della vendita dopo il sequestro dell’altoforno 1, disposto della Procura di Taranto, Acciaierie d’Italia corre ai ripari e amplia l’uso della cassa integrazione per gli operai dell’ex Ilva.
È stata comunicata ai sindacati, nella mattina del 13 maggio, la richiesta di cassa integrazione per 3.926 lavoratori, di cui 3.538 nello stabilimento di Taranto, 178 del sito di Genova, 165 di Novi Ligure e 45 di Racconigi. Un raddoppio rispetto ai livelli attuali e un migliaio in più dell’autorizzato nell’ambito del Piano di Ripartenza.
Una decisione, come ha spiegato l’azienda nel corso dell’incontro con i sindacati, dettata anche da un’autonomia finanziaria «ridotta al lumicino». Tra mercoledì 14 e giovedì 16, Acciaierie d’Italia presenterà l’istanza al ministero del Lavoro per numeri della cassa integrazione.
La Fiom-Cgil, attraverso il coordinatore nazionale siderurgia Loris Scarpa, ha già fatto sapere che «non accetterà percorsi di cassa integrazione senza alcuna chiarezza sulle prospettive future dell’ex Ilva».
Il segretario generale Fiom, Michele De Palma, ha chiamato direttamente in causa il governo. «C’è un piano di ripartenza e di transizioni che deve essere realizzato e per farlo servono le risorse. Il governo intervenga per poter mettere in produzione lo stabilimento. Non possono essere sempre i lavoratori e i cittadini di Taranto a pagare, con una ulteriore cassa integrazione» (riproduzione riservata)