Il conflitto a Gaza ha riacceso i timori riguardo a una stagflazione nell’Eurozona. Al momento è però improprio parlare di uno scenario di questo tipo. La crescita è in flessione, ma sull’inflazione i dati sono confortanti. Il carovita ha registrato una forte discesa a ottobre fino al 2,9%, che si confronta con il 10,6% di un anno fa, quando aveva raggiunto il picco. Ora l’aumento dei prezzi si è portato su livelli non toccati da luglio 2021, mesi prima dell’invasione russa dell’Ucraina.
Sta così emergendo con sempre maggiore chiarezza la natura del rialzo dell’inflazione nel 2022: si è trattato di un incremento legato all’offerta, cioè all’aumento dei prezzi di gas e petrolio, non alla domanda. Nel 2023 l’inflazione è scesa proprio per la flessione dell’energia (-11% a ottobre su base annua), con la stessa velocità con cui è salita. Lo shock è stato doppio, causato prima dalla pandemia e poi dalla guerra in Ucraina. Perciò è durato più del previsto. Ma i motivi all’origine del fenomeno restano gli stessi.
Anche la componente core dell’inflazione, che è al netto di energia e cibo ma risente per via indiretta del costo di gas e petrolio, sta scendendo: è calata a ottobre al 4,2%, nonostante gli allarmi dei falchi Bce. Peraltro i dati trimestrali dell’inflazione core, così come quelli relativi a cibo, beni e servizi, indicano una flessione ancora maggiore di quella visibile nei dati annuali (mentre i prezzi dell’energia negli ultimi mesi sono saliti). Inoltre l’inflazione core ha scarso potere di prevedere quella complessiva: in tal senso è migliore l’indice Pcci (Persistent and Common Component of Inflation) che è al 2,5%. Anche in Italia l’inflazione è scesa in modo netto (+1,8%, -33% per i beni energetici regolamentati).
Il carovita a livello nazionale ed europeo potrebbe risalire un po’ nei prossimi mesi ma nel medio termine continuerà a scendere, salvo stravolgimenti inattesi. Il conflitto a Gaza, se non ci sarà un allargamento ad altri Paesi, non peserà sui prezzi come la guerra in Ucraina, secondo la Bce: i tassi sui depositi sono già al 4%, la domanda è debole e anche la capacità per le imprese di trasferire prezzi più alti ai clienti è minore.
L’economia nel frattempo ha iniziato a contrarsi nel terzo trimestre dopo quattro trimestri a crescita zero. L’Eurozona così potrebbe entrare in recessione nel quarto. Il pil tedesco è sceso dello 0,1%, quello italiano è rimasto stabile (evitando per un pelo la recessione già nel terzo trimestre), quello francese è salito dello 0,1% (dal +0,6% del trimestre precedente). Non si tratta di uno scenario drammatico, data l’entità ridotta finora della contrazione.
L’incognita principale però riguarda l’effetto della stretta monetaria varata dalla Bce da luglio 2022, i cui effetti si osserveranno con maggiore forza a fine anno e nel 2024, in un contesto economico già fragile. La discesa del credito è già visibile nei valori Bce di settembre e nei sondaggi di Francoforte presso le banche. In questo contesto l’Italia non è in una buona posizione considerando il -6,9% annuo dei prestiti alle imprese. Inoltre in Europa, dove non esiste una capacità fiscale centrale con funzione anticiclica, i governi dovranno iniziare a contrarre la spesa per abbassare i debiti post pandemia. Per l’economia non sarà uno scenario facile.
I mercati perciò ora guardano con attenzione alle prossime mosse della Bce. Un nuovo aumento è ormai di fatto escluso da tutti, anche dai falchi del board Bce (non del tutto dai tedeschi Isabel Schnabel e Joachim Nagel, ma agli analisti appare una tattica retorica per orientare le aspettative degli operatori). Già la stretta di 25 punti base di settembre, decisa contro una parte del board, potrebbe essere stata eccessiva. Citi ha evidenziato i rischi di una restrizione oltre il necessario e anche di un ritorno dell’inflazione sotto il target in stile Giappone.
Adesso la domanda dei mercati è su quando ci sarà il primo taglio. Francoforte ha chiarito che attenderà conferme sul calo dell’inflazione a inizio 2024, in particolare sull’andamento dei salari. Perciò non si prevedono tagli a dicembre. Difficile anche un intervento prima di marzo, quando saranno pubblicate ulteriori proiezioni economiche Bce. I mercati oggi scommettono su una riduzione dei tassi nel secondo o terzo trimestre 2024 (in particolare ad aprile-giugno). La data potrebbe essere anticipata quanto più l’economia sarà in difficoltà nei prossimi mesi. Per ora sono in pausa modifiche sulla riduzione del bilancio Bce, su cui i falchi potrebbero tornare prima o poi alla carica, con il rischio di volatilità aggiuntiva sui mercati.
Nel comitato esecutivo Bce è appena entrato Piero Cipollone, che ha preso il posto di Fabio Panetta, che comunque resterà nel consiglio direttivo come governatore della Banca d’Italia (mentre è scaduto il mandato di Ignazio Visco). Panetta aveva invitato alla cautela sui tassi anche quando l’inflazione era alta. Ad agosto aveva osservato: «Ci troviamo in una fase in cui l’inflazione sta scendendo, con l’affievolirsi degli shock dell’offerta, ma la stretta monetaria non si è ancora fatta sentire appieno. La politica monetaria deve essere calibrata in modo tale da raggiungere l’obiettivo di inflazione in modo tempestivo, evitando costi inutili per l’economia».
Ora i rischi maggiori sono concentrati proprio sul pil. Erik Nielsen, chief economics advisor di Unicredit, ha osservato che Bce e Fed hanno adottato la stessa politica monetaria sebbene in due contesti del tutto diversi, dato che negli Usa l’inflazione è stata guidata dalla domanda. Perciò una delle due banche centrali deve aver sbagliato: secondo Nielsen è il caso della Bce che ha contribuito a un divario nel pil tra Europa e Stati Uniti del 2,9% in soli 12 mesi. Nel dubbio molti banchieri centrali europei preferiscono alzare i tassi più del dovuto perché il loro operato è giudicato di solito solo per l’inflazione, non per il costo delle strette sull’economia. «Avrei dovuto essere più audace», ha detto Christine Lagarde riguardo all’inizio (secondo lei ritardato) della stretta della banca centrale. Un giorno la presidente Bce potrebbe rimpiangere il rialzo troppo forte e rapido dei tassi. (riproduzione riservata)