Anche se tutto da disegnare, un matrimonio tra Unicredit e Commerzbank sarebbe un passo avanti significativo nel percorso di integrazione finanziaria europea. Tra gli effetti ci potrebbe essere un’accelerazione dell’Unione bancaria e dell’Unione dei mercati di capitali, due progetti chiave la cui realizzazione è però ancora incompleta.
Le principali criticità riguardano la mancanza di un sistema unico di garanzia dei depositi per l'Unione bancaria e una frammentazione normativa ancora eccessiva per l’Unione dei mercati dei capitali. E sono ancora molte sfide da affrontare, come sostiene Gregorio Consoli, managing partner di Chiomenti ed esperto di banche, mercati finanziari e regolamentazione.
Il problema principale che ancora ostacola il completamento dell’Unione bancaria è l’assenza di uno schema unico di garanzia dei depositi. Questo aspetto è stato al centro di discussioni e dibattiti tra gli Stati membri, che non hanno ancora trovato un accordo su come realizzare una vera mutualizzazione dei rischi bancari.
Per Consoli la causa principale di questo stallo va ricercata nelle affinità che ci sono tra il tema della mutualizzazione del sistema di garanzia dei depositanti con il dibattito sul debito europeo. L'unione bancaria è nata anche per superare il legame tra banche e debiti sovrani domestici: «le banche detengono una significativa quantità di titoli emessi dal proprio Stato, mantenendo così una forte esposizione ai rischi locali e, viceversa, gli Stati hanno un interesse significativo verso le banche nazionali che sottoscrivono il loro debito; questo fenomeno crea difficoltà nella condivisione dei rischi a livello comunitario».
Superare questo ostacolo richiede un cambio di approccio. Una delle soluzioni proposte è quella di emettere debito comunitario, in modo che le banche possano investire in titoli europei, riducendo l’esposizione ai rischi nazionali. «Se gli istituti sottoscrivessero debito europeo anziché nazionale, automaticamente avrebbero esposizione al rischio sovrano dei diversi Paesi membri superando i temi di concentrazione», spiega Consoli. Tuttavia, questo tipo di riforma presenta difficoltà politiche significative, poiché molti Stati sono restii a cedere parte della propria sovranità finanziaria.
Il dibattito legislativo si è anche focalizzato sull'introduzione di regolamentazioni volte a inserire requisiti patrimoniali o di concentrazione con l'obiettivo di limitare il rischio di concentrazione delle banche verso il debito sovrano del loro paese. Ma anche qui, si stenta a trovare un accordo definitivo che risolvendo questo tema apra la strada a un sistema unico di garanzia dei depositi.
Un'altra possibile soluzione di mercato per aumentare il grado di integrazione sarebbe la nascita di banche paneuropee, cioè istituti che abbiano una presenza significativa in diversi Paesi membri e che pertanto non siano legati esclusivamente al sistema economico e finanziario di un singolo Stato. «Questa soluzione potrebbe portare a una maggiore stabilità del sistema creditizio continentale, in quanto le banche paneuropee sarebbero meno esposte ai rischi sovrani di un singolo Paese e potrebbero operare su una scala più ampia», spiega Consoli.
Un esempio di cui si discute in queste settimane sui mercati è il gigante che potrebbe nascere dalla fusione tra Unicredit e Commerzbank. Se questa operazione dovesse realizzarsi, darebbe vita una player con una forte presenza in due delle principali economie europee, riducendo la dipendenza dalle singole realtà nazionali e favorendo una maggiore integrazione del mercato bancario.
In parallelo, anche l’Unione dei mercati dei capitali ha compiuto significativi progressi negli ultimi anni, ma resta ancora molto lavoro da fare. Questo progetto mira a creare un mercato unico dei capitali in Europa, facilitando l’accesso delle imprese ai finanziamenti e migliorando la circolazione dei capitali tra i diversi Stati membri. Tuttavia, nonostante le numerose riforme introdotte per armonizzare le regole tra i vari Paesi, «il sistema europeo rimane storicamente banco-centrico. Gli istituti di credito continuano a giocare un ruolo predominante nel finanziamento delle imprese, e questo limita l’impatto che il mercato dei capitali potrebbe avere, se non bene integrati, sull’economia continentale», puntualizza Consoli.
In questo contesto sono stati fatti passi avanti in termini di semplificazione delle normative e di facilitazione dell’accesso ai mercati da parte delle imprese. Consoli però avverte che «la trasformazione completa del sistema finanziario europeo richiederà ancora tempo. Gli istituti di credito continueranno a svolgere un ruolo centrale, almeno nel medio termine, e questo implica che l’unione bancaria e quella dei mercati dei capitali devono procedere di pari passo».
Un altro elemento di criticità emerso nel processo di integrazione dei mercati dei capitali è la concorrenza legislativa tra gli Stati membri. Alcuni Paesi, come l’Olanda, hanno attirato capitali e imprese attraverso politiche fiscali e regolatorie più favorevoli, creando un clima di competizione interna all'Unione che ha ostacolato il raggiungimento di un quadro normativo veramente unificato. «Ci siamo concentrati troppo su una competizione interna tra i Paesi, invece di lavorare insieme per migliorare l’attrattività complessiva del mercato europeo», spiega Consoli. «Per superare questa frammentazione, sarà necessario un maggiore coordinamento tra gli Stati e un impegno collettivo per creare un ecosistema finanziario più integrato e competitivo a livello globale».
La creazione di un vero mercato unico dei capitali potrebbe essere favorita anche da una maggiore emissione di debito comunitario. Il programma Next Generation Eu, che ha introdotto la prima vera emissione di debito comune europeo, è stato un importante passo avanti in questa direzione, ma Consoli sottolinea che «la quantità di debito europeo in circolazione è ancora troppo ridotta per avere un impatto significativo. Un aumento delle emissioni comunitarie potrebbe contribuire a rafforzare l’integrazione dei mercati e a ridurre il legame tra banche e titoli sovrani nazionali, facilitando così la circolazione dei capitali all’interno dell’Unione». (riproduzione riservata)