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Enti previdenziali, Ance: investimenti da 21,5 miliardi di euro nel comparto immobiliare

12 marzo 2026, 14:20 Ultimo aggiornamento: 15:38

Il vicepresidente Betti evidenzia che i flussi di capitali diretti e indiretti delle casse di previdenza e delle forme pensionistiche complementari sono in calo. Nodo emergenza abitativa e allarme rincari dei materiali

Le forme pensionistiche complementari e le casse di previdenza rappresentano investitori fondamentali anche per il comparto immobiliare italiano. Si parla rispettivamente di 3 miliardi (1,5% del loro patrimonio di 200 miliardi) e di circa 18,5 miliardi di euro (il 13,3% dei 115 miliardi di attivo). Lo ha riportato Stefano Betti, vicepresidente Edilizia e Territorio dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, in audizione in commissione Enti gestori, in merito all'indagine conoscitiva sulle politiche di investimento e valorizzazione del patrimonio immobiliare degli enti pubblici previdenziali.

Entrando nello specifico, i 3 miliardi investiti dalle forme pensionistiche complementari sono divisibili in due parti: 2,5 miliardi investimenti in quote di fondi immobiliari e 500 milioni investimenti diretti. Un numero però in netto calo visto che gli investimenti complessivi si attestavano a 4,3 miliardi di euro nel 2012 e valevano il 6,9% del totale degli investimenti dei fondi complementari crollando allo 0,3% del 2024. In particolare «la componente diretta è stata fortemente ridotta e non compensata dalla quota dei fondi immobiliari detenuti nel portafoglio» ha spiegato Betti.

D’altro canto, le casse di previdenza vantano uno stock di interventi diretti pari a circa 2,5 miliardi, mentre le quote detenute nei fondi immobiliari superano i 16 miliardi. Anche qui, aggiunge Betti, «la tendenza è in decrescita anche perché le indicazioni che vengono dalla politica sono di investimenti in settori più innovativi. Vorremmo evidenziare come una parte del nostro settore sia decisamente innovativo rispetto alle caratteristiche individuate dal legislatore, cioè i criteri Esg».

Ance: 650 mila famiglie aspettano un alloggio pubblico

Il flusso di capitali nell’edilizia è particolarmente importante in un Paese come l’Italia in cui «è emerso, dopo un periodo silente, in tutta la sua drammaticità, il problema della casa sociale e non più solo per le classi meno abbienti, ma anche per quelle medie e intermedie» c'è «difficoltà ad accedervi in forma di acquisto e di affitto, nei grandi centri urbani» della Penisola, ha evidenziato Betti. 

Il primo problema «riguarda l'edilizia residenziale pubblica che oggi consta di 980 mila alloggi di cui circa 80 mila vuoti. Si parla tra le varie forme del Piano casa di un intervento di 950 milioni che dovrebbe servire per rimettere a norma questi alloggi, a fronte di 650 mila famiglie che attendono risposta e in questo caso occorrono investimenti pubblici».

E non si può sottovalutare il fatto che «abbiamo una fascia grigia di cittadini con difficoltà ad avere una risposta rispetto al bisogno casa: un terzo delle famiglie in affitto spende per l'abitazione oltre il 40% del reddito, un dato non sostenibile». E ancora, rispetto agli studenti fuori sede «riusciamo a dare risposta all'8% delle richieste mentre in Europa i valori medi superano anche il 15%».

Cosa serve per rispondere a questo problema? «Servono regole urbanistiche di edilizia semplificate, leve fiscali e finanziarie e collaborazione tra pubblico e privato». Nondimeno «serve una governance statale importante, occorre un modello flessibile governato a livello nazionale: attualmente in Italia sulla casa più di 40 enti hanno capacità giurisdizionale, questo crea confusione normativa che disperde la possibilità di intervento, quindi bisogna raggruppare a livello centrale risorse nazionali e anche europee per una gestione unitaria efficace».

Betti ha aggiunto che «la leva finanziaria è indispensabile, abbiamo bisogno di finanziatori di molti livelli, sia istituzionali come la Bei e Cdp, sia fondi di investimento come le fondazioni bancarie e i fondi pensione sia il risparmio di investitori non professionali. Una proposta è creare delle società veicolo con un’operazione di cartolarizzazione immobiliare». Sarebbe poi importante «anche una deduzione fiscale per consentire alle grandi imprese industriali potrebbero investire in queste attività per i loro lavoratori».

Il problema del caro materiali

L’edilizia italiana ha un altro problema da affrontare, legato all’attualità: il forte allarme riguardo al caro prezzi dei materiali da costruzione, fenomeno aggravato dal conflitto del Golfo e dalle conseguenti tensioni sul mercato delle materie prime energetiche. In diverse regioni italiane si registrano aumenti molto significativi dei costi legati soprattutto ai prodotti di origine petrolifera, come bitume, gasolio e carburanti.

In Piemonte, ad esempio, il prezzo di asfalto e bitume è aumentato del 20%, mentre in Veneto si registra un incremento analogo per gas e carburanti. In Emilia-Romagna l’aumento riguarda soprattutto il gas (+60%) e l’energia elettrica (+47%), con il gasolio in crescita del 14%. In Abruzzo il prezzo del gas ha registrato un aumento addirittura del 75%, mentre a Napoli la benzina è cresciuta tra il 3% e il 4%. In Lombardia gli incrementi risultano particolarmente elevati: il gas ha raggiunto un aumento del 70%, il bitume del 56% e il gasolio del 28%

Situazioni simili si osservano anche in altre zone del Paese. In Toscana si segnalano aumenti fino al 150% per i materiali da costruzione e del 40% per il gasolio. A La Spezia il gasolio è cresciuto del 25% e il gas del 50%, mentre a Bergamo si registrano aumenti del 30% per il gasolio, del 50% per il bitume e dell’80% per il gas. Anche a Genova il prezzo di asfalto e bitume è passato da 400 a 600 euro, mentre ad Ancona il prezzo del gas è salito da 37,27 euro a febbraio a 52,33 euro a marzo e quello dell’energia elettrica da 114,41 a 136,39 euro nello stesso periodo. Inoltre, i costi dell’autotrasporto sono aumentati di circa 120 euro per fornitura.

Oltre ai rincari, tutte le imprese del settore edile segnalano, segnala l’Ance, difficoltà nel reperimento delle materie prime di origine petrolifera, una crescente esposizione a dinamiche speculative e una forte incertezza nella possibilità di pianificare gli investimenti futuri. (riproduzione riservata) 



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