Un tema più di ogni altro è stato discusso a margine del forum annuale della Bce a Sintra: la possibilità di un sostegno della banca centrale in caso di crisi in Francia. L’Italia è invece quasi scomparsa nelle conversazioni, se non come potenziale vittima indiretta della volatilità di mercato innescata da Parigi.
Roma è vista persino come un modello per la politica francese: in caso di vittoria Le Pen secondo molti dovrebbe seguire l’esempio di Giorgia Meloni abbandonando le politiche fiscali estremiste per far posto a un maggior realismo sui conti pubblici. In caso contrario potrebbe essere più difficile per la Bce sostenere la Francia con lo scudo anti-spread Tpi (Transmission Protection Mechanism).
L’altro tema ricorrente nelle discussioni tra i partecipanti (economisti, docenti, banchieri centrali) a margine del forum di Sintra ha riguardato le attese sui tassi: in tal senso appare di fatto certa una pausa a luglio, mentre si guarda a settembre per un nuovo taglio.
La Bce è per il momento lontana da un sostegno alla Francia. I movimenti di mercato, secondo le regole del Tpi, dovrebbero essere «disordinati». Il rialzo dello spread Oat-Bund invece è stato limitato: dopo il primo turno delle elezioni è persino sceso, nell’ipotesi di un parlamento bloccato. Ma anche in caso di nuovi aumenti dello spread francese, la Bce con ogni probabilità aspetterà prima di intervenire.
Non c’è, né ci sarà mai, una soglia esatta oltre la quale Francoforte attiverà il Tpi. Un valore specifico sarebbe dannoso perché spingerebbe i mercati a testare la banca centrale su quel livello. Inoltre alcuni ritengono che un rialzo dello spread sarebbe utile come «disciplina di mercato»: in altri termini, sarebbe il modo più efficace per far allineare i Paesi a quelle regole fiscali che la Commissione Ue fatica a far rispettare.
La procedura per deficit eccessivo di Bruxelles (Edp nell’acronimo inglese), come quella appena aperta dalla Commissione Ue per la Francia, non è una condizione vincolante per l’avvio del Tpi, ma solo un «input» da considerare per il consiglio direttivo Bce, cui spetta la decisione finale. Ma comunque Parigi dovrà dimostrare di voler aderire alle indicazioni di medio termine di Bruxelles.
Perciò il maggiore rischio deriva da un eventuale rifiuto del nuovo governo delle linee generali di aggiustamento della Commissione. In tal caso sarebbe molto più difficile il sostegno Bce. Ma allo stesso tempo Francoforte non potrebbe rischiare una crisi dell’euro, considerando le dimensioni dell’economia francese. Perciò, secondo alcuni, la Bce è esposta al rischio di un ricatto da parte di un eventuale governo riluttante a migliorare le finanze pubbliche.
Alcuni analisti indicano anche l’ipotesi di un intervento del Tpi non per la Francia, ma per i Paesi del Sud Europa influenzati dall’eventuale crisi di Parigi. Questo scenario non si può del tutto escludere, ma nello stesso tempo sarebbe difficile da realizzare, in assenza di una soluzione del problema principale, quello francese.
In linea generale la Bce dispone di flessibilità nelle emergenze: per esempio se necessario può anche modificare i piani esistenti. Più delle difficoltà tecniche, conteranno le divergenze politiche. La Germania è da sempre contraria agli acquisti di Stato. Il governo tedesco, inoltre, è in grave difficoltà dopo le ultime elezioni europee. Il ministro delle Finanze Christian Lindner ha minacciato ricorsi costituzionali se la Bce attiverà il Tpi per la Francia, con parole giudicate controproducenti da molti osservatori.
I banchieri centrali del Nord Europa finora sono stati cauti e hanno preferito non intervenire sul tema. Non ci sono dubbi riguardo a un eventuale uso dello scudo anti-spread in caso di emergenza. Ma nello stesso tempo si vorrà tenere alta l’asticella per un intervento sui bond.
Secondo indiscrezioni di Reuters, sei membri Bce vorrebbero anche ridurre il ruolo degli acquisti di titoli quando l’inflazione è sotto il 2%. Questa linea ricalca quella espressa nelle scorse settimane dal membro tedesco del board, Isabel Schnabel, secondo cui i benefici delle operazioni sono inferiori agli effetti collaterali tra cui le perdite delle banche centrali (si veda MF-Milano Finanza del 29 maggio).
Non è affatto detto che questa richiesta sia accolta nella prossima revisione della strategia Bce. Anche Schnabel ha comunque riconosciuto che gli acquisti di titoli sono utili se il fine è la stabilizzazione del mercato (come sarebbe nel caso francese), ma dovrebbero essere «più mirati e parsimoniosi». Un modello possibile, secondo alcuni, è quello «mirato e temporaneo» della Bank of England dopo la crisi innescata dalle politiche del governo di Liz Truss.
A Sintra la presidente Bce Christine Lagarde, rispondendo a una domanda sulla Francia, ha detto che la banca centrale «deve fare quello che deve fare. La stabilità dei prezzi dipende dalla stabilità finanziaria. Siamo attenti a questo».
In precedenza Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, aveva sottolineato che «le banche centrali devono essere preparate ad affrontare le conseguenze di shock se e quando si materializzeranno», garantendo «prontezza nell’utilizzare l’intera gamma di strumenti a disposizione».
La seconda questione discussa dai partecipanti a Sintra riguarda l’andamento dei tassi. La Bce li ha tagliati per la prima volta a giugno (quelli sui depositi sono scesi dal 4 al 3,75%). A giugno l’inflazione dell’Eurozona è scesa dal 2,6 al 2,5%, un dato in linea con le attese. La parte core, quella al netto di energia e cibo, è rimasta al 2,9% e anche i servizi sono risultati invariati al +4,1%. Queste componenti più resistenti spingono alla cautela, e quindi a una pausa a luglio. Al momento comunque il carovita nei servizi non preoccupa in modo rilevante, poiché è legato soprattutto ad alcuni Paesi e si muove in gran parte in ritardo rispetto al dato complessivo.
Un’incognita è quella relativa alla resistenza del mercato del lavoro. Al momento la bassa disoccupazione, secondo la presidente Christine Lagarde, dà tempo alla Bce prima di un altro taglio. Ma Francoforte non può aspettare troppo. L’economia si sta di nuovo indebolendo, come hanno indicato gli ultimi indici Pmi e i dati su fiducia delle imprese e produzione industriale. La manifattura in particolare è in difficoltà. In autunno questo scenario potrebbe tradursi nella riduzione dei posti di lavoro mantenuti dopo la pandemia.
Perciò una seconda riduzione dei tassi dovrebbe arrivare a settembre, se sarà confermato lo scenario economico atteso. Anche perché, secondo la valutazione di molti, la politica monetaria resterà restrittiva (cioè comprimerà l’economia) almeno fino a quando i tassi scenderanno dall’attuale 3,75% al 2,5%. Appare così probabile un ulteriore taglio a dicembre, seguito da altre riduzioni dei tassi nel 2025. (riproduzione riservata)