Nei giorni scorsi è uscito un paper della Bis su System-wide Dividend Restrictions che segue di qualche mese un lavoro pubblicato dalla Bce dal titolo «A new tool in the box: dividend restrictions as supervisory policy stimulus». I due studi hanno l’obiettivo di verificare l’efficacia del divieto di distribuzione dei dividendi e di buy back delle banche emanato dalla vigilanza europea a fine marzo 2020 e valido fino a ottobre dello stesso, seguito da un invito a proseguire su quella linea fino a settembre 2021. La misura si proponeva di preservare la solidità patrimoniale delle banche per assicurare la continuità del sostegno creditizio all’economia all’affacciarsi di un periodo drammatico e incerto, perché del tutto inesplorato, come quello della pandemia.
Non sorprenderà che i risultati confermino, concordemente, l’efficacia di questo intervento. Quello della Bce evidenzia una relazione negativa, a livello di singola banca, fra il tasso di dividendo del 2021, erogato nel 2022, e la crescita dei prestiti e segnala un legame positivo con il tasso di interesse applicato, indicando che la ritenzione degli utili aiuta le banche a fare più credito a costi inferiori. Gli analisti della Bis hanno calcolato che le banche che non hanno distribuito dividendi hanno accresciuto i prestiti del 5% in più rispetto alle altre. E se la preoccupazione poteva essere un calo del valore delle azioni bancarie, gli studi dimostrano che è stato modesto e soprattutto temporaneo, anche a motivo della natura provvisoria della misura. I mercati hanno compreso che si trattava solo di un differimento della distribuzione, che infatti alla conclusione divieto hanno pienamente recuperato, e superato, i valori precedenti.
Dunque il bilancio di questo intervento potrebbe dirsi positivo, con un beneficio sul fronte del credito e nessuna conseguenza sfavorevole. Ma è proprio così? Io sono molto più scettico, non perché vi siano rilevanti downside ma perché mi sembra sopravvalutato il vantaggio che viene associato allo stop ai dividendi.
Guardiamo il caso italiano. Prima della pandemia i prestiti languivano, nella media degli ultimi 36 mesi, a un tasso di crescita dell’1,42% che, considerando solo le imprese, era un più modesto 0,15%. Dall’introduzione del divieto ai dividendi alla fine del 2020 i crediti totali sono aumentati a un tasso più che doppio e quelli alle imprese sono schizzati addirittura al +5%. Nel 2021 l’incremento è più moderato, intorno al 3%, ma comunque superiore a quello ante pandemia. Difficile pensare che tutto questo derivi dalla ritenzione degli utili imposta alle banche, mentre è del tutto evidente che è effetto di ben altre politiche attuate per affrontare la pandemia: dall’espansione monetaria al complessivo quadro del temporary framework che ha offerto ampie possibilità di accesso al credito alle imprese (di cui forse vedremo qualche riflesso negativo di qui a breve, ma è un altro discorso).
In particolare, la massiccia disponibilità di garanzie pubbliche (circa 300 miliardi) ha consentito alle banche di alleggerire l’impatto dei nuovi prestiti sui requisiti patrimoniali in maniera molto importante. È difficile calcolare in modo attendibile questo risparmio, perché bisognerebbe conoscere le percentuali garantire, le classi di ponderazione di prenditori eccetera, ma non è azzardato affermare che valga molte decine di miliardi, forse addirittura un ordine di grandezza superiore. Dall’altro lato, la Banca d’Italia ha stimato in 7 miliardi la maggiore disponibilità di patrimonio primario conseguente al divieto dei dividendi, dunque una piccola frazione di quel valore.
Da qui dovrebbe discendere una valutazione molto più prudente dell’efficacia della misura, anche perché entrambi gli studi sottolineano una cosa abbastanza ovvia (ma l’analisi rigorosa è preziosa): le banche che distribuiscono più dividendi sono quelle più redditizie e più solide, con migliore qualità del portafoglio prestiti. Quindi proprio quelle che non trovano nella dotazione patrimoniale un limite all’erogazione del credito.
Si può comprendere che di fronte a un evento drammatico e dai confini sconosciuti con la pandemia la Bce e altre banche centrali abbiano fatto ricorso a iniziative straordinarie, ma sarebbe troppo pensare che possa diventare uno strumento ricorrente per la vigilanza. Speriamo innanzitutto che non ce ne sia bisogno, dopo di che confidiamo nella estrema cautela dei responsabili della vigilanza prima di riprendere dal cassetto un simile attrezzo. (riproduzione riservata)
*Professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari, Luiss Guido Carli, Roma