Mario Draghi, ex presidente della Bce e premier italiano, ha indicato ieri a Parigi al World Investment Forum di Amundi quattro grandi sfide per l’Ue: la guerra, l’inflazione, la Cina e l’intelligenza artificiale. Dalle risposte a questi temi dipenderà il futuro dell’Europa: potrà restare un’Unione fondata sui valori oppure soltanto un mercato unico, ha detto.
In particolare riguardo al carovita, Draghi ha rilevato che «non ci sono alternative ad abbassare l’inflazione» e che le banche centrali «devono fare quello che stanno facendo». Nei giorni scorsi al Mit aveva precisato che occorre una «cauta» prosecuzione dell’inasprimento monetario e che le banche centrali dovrebbero essere comunque attente agli effetti sulla crescita.
Rispondendo a una domanda sul target di inflazione del 2% fatta dal ceo di Amundi Valérie Baudson, l’ex premier Bce ha osservato che «non c’è ragione di cambiare l’obiettivo ora». Draghi ha ricordato che in passato, quando il problema era la deflazione, si chiedeva di abbassarlo all’1% in modo da fermare il Qe. Una modifica è considerata, oggi come allora, «terribile per la credibilità». Le aspettative di inflazione sono ancorate al 2%, ha ricordato.
In una prospettiva di lungo termine, secondo Draghi servirà considerare le politiche dei governi che perlomeno negli Usa sono state la principale causa dell’inflazione. In Europa, ha osservato, hanno pesato di più i prezzi dell’energia, ma in futuro i deficit saranno comunque maggiori a causa degli investimenti necessari per il clima e la difesa. Come al recente discorso al Mit, Draghi ha sottolineato che ci dovremo aspettare un’era con indebitamento pubblico maggiore e tassi di interesse più alti.
Le sanzioni alla Russia, secondo Draghi, «hanno funzionato», anche se sarebbe stato meglio «un price cap immediato», in modo da non finanziare Putin e non pesare in modo ingente sui bilanci nazionali che hanno dovuto sostenere i più deboli alle prese con la crisi energetica.
Draghi non ha dato alcun suggerimento specifico ai banchieri centrali, mentre ha fatto una «esortazione» ai leader politici: «Bisogna lavorare sull’Europa, costruire di nuovo l’Europa. Non c’è un senso di urgenza diffuso su questo punto».
L’Ue, ha osservato, agisce spesso con interventi limitati, non con una prospettiva comune. In tal senso Draghi ha fatto l’esempio dell’Inflation Reduction Act con cui gli Stati Uniti hanno fornito stimoli ingenti per la transizione ecologica, superando di gran lunga l’Europa che pure si era mossa in netto anticipo. «Se agiremo individualmente, faremo meno di quanto necessario», ha detto.
In un’epoca piena di sfide sovranazionali, come quella climatica, la risposta europea secondo Draghi non dovrebbe essere quella di ridurre le regole sugli aiuti di Stato perché causerebbero frammentazione: un esito paradossale perché porterebbe a Paesi più inquinati di altri in Europa.
Un altro settore in cui è necessaria maggiore integrazione è la difesa, ha osservato: l’Ue spende tre volte più della Russia in campo militare, ma ha un potere deterrente inferiore perché ogni Paese si muove per conto proprio.
La guerra in Ucraina è ora «un momento decisivo» per l’Unione Europea, che secondo Draghi dovrebbe studiare nuovi modi di prendere decisioni anche in vista di un allargamento ad altri Paesi. Un altro tema indicato da Draghi è quello dell’intelligenza artificiale che avrà «enormi conseguenze» e si sviluppa a «velocità esponenziale».
Alla domanda sui momenti in cui è servito più coraggio, Draghi ha ricordato le esperienze al Tesoro e poi a Palazzo Chigi in una fase in cui serviva rispondere alla crisi pandemica e alla guerra. (riproduzione riservata)