La recente uscita di Donald Trump sulla Groenlandia (Il passaggio dell’isola agli Stati Uniti è una «necessità assoluta», ha detto) non è una bravata, una velenosa provocazione destinata a finire nel nulla. Intanto perché il tema era già stato sollevato cinque anni fa durante la prima presidenza del tycoon. E poi perché l’allargamento dei confini è sempre stato nella tradizione Usa. Qualche esempio? Acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1803, riappropriazione dell’Alaska nel 1867, recupero della sovranità sulle Isole Vergini dalla stessa Danimarca nel 1917. Sull’isola che è una «necessità assoluta e una questione di sicurezza nazionale» Trump ha anche ventilato il ricorso all’opzione militare. Ma per ora si ragiona su altro.
Il Financial Times ha calcolato che la Groenlandia valga 1100 miliardi di dollari senza tenere conto però delle immense ricchezze che giacciono nel suo sottosuolo: petrolio e gas naturale, terre rare per un quarto delle riserve mondiali, grafite, titanio, rodio ed altro. Per l’Economist il suo acquisto sarebbe il deal del secolo. Ma soprattutto darebbe all’America di Trump un formidabile vantaggio competitivo nel «grande gioco polare» tra grandi potenze (vedi Russia e Cina) che vogliono tutte mettere le mani su risorse essenziali nel mondo delle nuove tecnologie. Certamente nelle priorità del nuovo inquilino della Casa Bianca il controllo della Greenland viene prima dell’atterraggio su Marte. Dal punto di vista amministrativo l’isola, che è grande quattro la Francia ed ha 57mila abitanti, vive in un regime di semi autonomia dalla Danimarca simile a quella del nostro Alto Adige. Trump si sta già muovendo.
Il presidente ha inviato un nuovo ambasciatore in Danimarca nella persona di Ken Howery, che fa parte con Elon Musk del gruppo di personalità che girano intorno al fondatore, insieme allo stesso Howery, di Paypal Peter Thiel. Un altro uomo molto vicino a Trump e all’eccentrico Thiel è Dryden Brown che ha lanciato l’iniziativa della costruzione sul suolo dell’isola di una «città futurista».
Il primo ministro groenlandese, Mute Egede, si è detto disposto a cooperare con le autorità americane. Mentre il governo danese si è dichiarato non contrario a un allargamento delle basi militari Usa nell’isola.
La storia della “conquista” della terra dei ghiacci sarà lunga ma non lunghissima, dunque. Nel frattempo le autorità europee dovrebbero preoccuparsi e mettere in campo le loro contromosse. Perché se il nuovo regime di Washington dovesse sfilare senza colpo ferire un pezzo di territorio che oggi è a tutti gli effetti Europa, vorrebbe dire che il destino del Vecchio Continente è segnato. (riproduzuzione riservata)