«Con Donald Trump potremmo essere di fronte a un momento storico come la caduta del muro di Berlino oppure a una situazione temporanea come quella del Covid». Sono queste secondo Carsten Brzeski, global head of Macro di Ing, le due opzioni per l’amministrazione Trump. Ma sicuramente, chiarisce l’economista in occasione del lancio della versione italiana di Think, la piattaforma editoriale di Ing, alcuni punti fermi restano, ad esempio in campo valutario. «Non è la fine del dollaro», sostiene Brzeski, nonostante il recente indebolimento del biglietto verde. «Non lo è perché, al momento, non esiste una piena alternativa».
Alla luce degli eventi delle ultime settimane gli esperti di Ing hanno modificato le loro previsioni per il 2025. «Appena due settimane fa ci aspettavamo una recessione», ricorda Brzeski, «ma dopo l’accordo con la Cina sui dazi ci siamo orientati verso un “soft landing” con dinamiche tipiche della stagflazione, ovvero prima un aumento dei prezzi e poi un rallentamento della crescita».
Pure questa ipotesi, tuttavia, potrebbe essere modificata in ogni momento, anche in base alle decisioni che la Casa Bianca prenderà sui dazi. «Non possiamo sapere cosa farà Trump», ricorda l’esperto. «Al momento ci aspettiamo che mantenga i dazi universali al 10%, riduca i dazi reciproci ma mantenga le tariffe su alcuni settori come acciaio, alluminio e auto».
In questo contesto di incertezza gli operatori di mercato si domandano che cosa farà la Federal Reserve. Alcuni operatori credono che la banca centrale americana manterrà i tassi fermi, senza tagli nel 2025, ma Brzeski ritiene questa interpretazione eccessiva. «Al momento gli esponenti della Fed non hanno fretta di ridurre i tassi», riconosce l’economista, ma visti i dati macro «a un certo punto dovranno tagliare. Mi aspetto uno o due tagli da 25 punti nel 2025».
L’applicazione di dazi da parte degli Stati Uniti avrà un impatto negativo sull’export europeo, ma potrebbe raffreddare l’inflazione. «I Paesi sottoposti ai dazi potranno vedere una riduzione più rapida dell’inflazione, purché non reagiscano con dazi ancora più elevati», sottolinea Brzeski.
L’Europa, in particolare, potrebbe registrare un rapido declino dei prezzi e l’inflazione potrebbe scendere al di sotto del 2% prima del previsto, grazie anche al raffreddarsi dei prezzi dell’energia. Per questo sulle mosse della Banca Centrale Europea ci sono meno dubbi rispetto alla Fed. «La Bce può continuare a tagliare i tassi: ci aspettiamo che con due riduzioni da 25 punti a giugno e a settembre porti il tasso di riferimento all’1,75%», aggiunge l’economista. «Del resto l’outlook a breve termine per l’Europa è di una crescita anemica, intorno allo 0,5% nel 2025, anche se nel lungo periodo le prospettive rimangono incoraggianti».
E l’Italia? La Penisola sembra godere di un momento positivo sui mercati, con lo spread tra il Btp decennale e l’omologo Bund tedesco ridotto intorno ai 100 punti base e la promozione incassata dall'agenzia di rating S&P. «L’atteggiamento prudente nella gestione della finanza pubblica ha pagato e la relativa stabilità politica, diventata rara in Europa, aiuta», osserva Paolo Pizzoli, senior economist di Ing. «Lo scorso anno l’Italia ha ottenuto un avanzo primario pari allo 0,4% del pil e questo, anche se non sufficiente, è un passo nella giusta direzione. Tuttavia, per strappare ulteriori upgrade del rating servirebbero netti miglioramenti sulla produttività o una riduzione del debito più marcata».
Dal giudizio di Moody’s, in arrivo il 23 maggio, secondo Pizzoli è dunque ragionevole sperare in un miglioramento dell’outlook (al momento «stabile») più che del rating (Baa3). «Tra il giudizio di Moody’s e quello di S&P al momento c’è un gap di due notch che può essere colmato ma, ripeto, un upgrade del rating è difficile. Un successo del Pnrr, con una spesa efficiente delle risorse e il completamento delle riforme, potrebbe essere un elemento cruciale per fare un salto in avanti». (riproduzione riservata)