Che le architetture militari d’Europa, e le industrie che le sostengono, siano oggi integrate con quella statunitense, è un dato di fatto. Una dipendenza che va oltre il mero acquisto di sistemi d’arma e coinvolge catene di approvvigionamento, filiere tecnologiche e sistemi operativi.
Questo vincolo storico, nato nel secondo dopoguerra con l’assetto atlantico consolidato dalla Nato, costituisce un nodo strutturale dell’architettura europea in generale, e in particolar modo per quanto riguarda il comparto della Difesa.
La dimensione della dipendenza europea è oggi evidente sotto più profili. Le importazioni di sistemi di difesa in Europa sono aumentate di oltre il 155% in pochi anni in risposta alle tensioni esterne, con Washington che ha fornito più del 64% di tutti gli acquisti del Vecchio continente.
Quello che sta accadendo oggi, con il riallineamento delle priorità da parte dell’alleato statunitense e un suo minore interesse nel garantire la sicurezza europea, ci mette davanti a una nuova sfida strategica: la necessità che l’impianto industriale-militare dei nostri Paesi si faccia quanto più possibile autonomo dagli Stati Uniti (senza, per questo, arrivare a rinunciare al partenariato transatlantico di cui non si può fare a meno).
In questo senso, l’Ue ha lanciato iniziative importanti e ambiziose quali il piano Readiness 2030, l’Edf o la Pesco. Ma anche così, la prospettiva di una maggiore autonomia industriale europea nel settore della difesa non può essere letta come un passaggio rapido, né tantomeno come un semplice atto di volontà.
La costruzione di un comparto indipendente da quello Usa non avviene dalla sera alla mattina, perché tocca elementi strutturali, dall’accesso alle tecnologie critiche a supply chain integrate e consolidate in decenni di cooperazione transatlantica.
Senza contare che oggi le industrie europee sono sottoposte a una pressione crescente per aumentare la propria produttività, rispondendo alle esigenze generate dal conflitto in Ucraina e dal deterioramento del quadro strategico complessivo.
Un salto di scala – al netto, non scontato, di investimenti continui e massicci – che richiederà anni. Ridurre i legami con gli Usa rappresenta dunque un ulteriore livello di difficoltà per aziende che si trovano già in una congiuntura complessa e difficile.
Da questo punto di vista, la transizione verso una maggiore autonomia, per essere realistica, non può che essere graduale. Per molti anni, l’Europa continuerà ad avere bisogno del supporto americano. Il rischio, altrimenti, è inseguire velleità di indipendenza formale che si tradurrebbe, nella pratica, in maggiore vulnerabilità.
La sfida consiste quindi nel ridurre le dipendenze più critiche, costruendo nel tempo una base industriale capace di sostenere capacità strategiche essenziali senza rotture traumatiche. Ancora una volta, però, il nodo decisivo è politico. Le capacità industriali non emergono da sole: richiedono scelte, priorità, allocazione coerente di risorse. Serve la volontà di arrivare a questo risultato e, soprattutto, l’impegno a sostenerlo nel tempo, sapendo che si tratta di un’iniziativa i cui frutti saranno visibili solo nel lungo periodo, penso in primis alle tecnologie da presidiare e alle filiere da rafforzare.
Come è osservato da tempo da tanti di noi, il vecchio ordine mondiale è superato. Per rispondere al bisogno di difesa e sicurezza nazionale non esistono colpi di bacchetta magica, ma occorre un serio, costruttivo, convinto e consapevole investimento nella nostra industria della difesa, che si traduca non in scelte estemporanee ma, come più volte sottolineato dal ministro Crosetto, in un pluriennale impegno dell’industria italiana ed europea da un lato e delle Forze armate dall’altro.
*presidente Aiad