L’articolo 47 della Costituzione, «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio...», rapportato ai giorni attuali, non sembra propriamente rispettato. Cosa poi siano risparmi o consapevoli investimenti in titoli rischiosi, è un confine che la Costituzione non chiarisce. Più difficile ancora capire che cosa significhi tutelare il risparmio quando si pensa all’enorme liquidità oggi giacente sui conti correnti. Rischi sui depositi sopra 100 mila euro, rendimenti zero, costi per tenuta conti, imposte di bollo, costi di utilizzo forzato per disporre di strumenti di pagamento: invece che tutelare il risparmio, esso viene così eroso. In attesa, forse, dell’applicazione di tassi negativi. Giova ricordare anche che il secondo capoverso dell’art. 47 si riferisce al risparmio popolare. Ciò dovrebbe servire a fare qualche distinguo. Probabilmente la distribuzione statistica dei circa 1.800 miliardi giacenti sui conti correnti assomiglia molto a quella dei redditi e della ricchezza: una piccolissima percentuale della popolazione ne detiene la maggior parte. Quale sia il risparmio popolare, è quindi un aspetto incerto. Un altro spunto viene dall’abbinamento tra la tutela del risparmio e la «disciplina... del credito». Nel dopoguerra, tra gli italiani, tutti più poveri di oggi, ben pochi avevano un conto in banca. Il risparmio, se ve ne era, era nascosto, in contanti e oro, in pertugi domestici o campestri. Il risparmio doveva quindi essere tutelato, non solo fine a se stesso, ma mosso e incanalato, attraverso le banche, quasi tutte pubbliche e verso i «grandi complessi produttivi del Paese»; in primis le grandi aziende come Anas, poi Autostrade, Enel, Ferrovie, Iri, che emettevano obbligazioni per finanziare investimenti, con cui ricostruire una nazione povera e semi distrutta. Ma ancor prima del risparmio, negli articoli della Costituzione e nella logica economica viene il lavoro, che genera reddito e per la parte non dedicata ai consumi, si trasforma in risparmio da investire, in nuova produzione e gradualmente, in formazione di capitali e di ricchezza. La Costituzione richiama i principi della prima scuola italiana di economia aziendale, avviata da Gino Zappa, che già a partire dalla metà degli anni 30 sosteneva i nessi tra lavoro, reddito, risparmio, investimento, produzione e consumi nelle aziende, anche in chiave di benessere sociale e di dignità dell’uomo. Grandi economisti italiani laici scrivevano dunque più di 60 anni fa le cose che oggi dice Papa Francesco. Dal 1947 a oggi molto è cambiato. Nelle banche, divenute private, l’attività del credito ha perso progressivamente peso, a favore di altri business. Ma il risparmio, che doveva servire per investire e per crescere, è aumentato. Forse anche perché qualcuno ha scoperto che a intermediarlo più volte, sempre più vorticosamente (rendendolo apparentemente e nominalmente meno scarso e dunque meno remunerato), si fanno più utili. Anche se si finisce spesso per investirlo fuori dall’Italia o in strumenti finanziari sempre più astrusi, lontani da investimenti che fanno sviluppo reale. Nei mercati dei derivati, di dimensioni ormai multiple dei pil, o nelle criptovalute vale l’art. 47 a tutela del risparmio quando il sistema traballa? Una parte dei risparmi degli italiani è poi servita per finanziare una spesa corrente dello Stato, divenuta abnorme rispetto al 1947 e poco produttiva, se non di consenso. La situazione odierna è assimilata a quella post bellica; il paragone è forse un po’ eccessivo. Ma non vi è dubbio che, oggi come allora, il risparmio vada incanalato verso investimenti produttivi, non solo i prestiti (redimibili o meno) dell’Europa, come in passato i fondi del piano Marshall, che avevano un prezzo di sudditanza culturale, politica e militare. Mario Draghi richiama esempi storici e la saggezza di uomini illustri, non solo economisti. Legando insieme parole come lavoro, risparmio, investimenti produttivi; come responsabilità, impegno e concretezza. Chiare e senza scorciatoie. (riproduzione riservata)