Il debito pubblico italiano sta facendo concorrenza sleale agli altri impieghi del risparmio: di recente, è stata davvero clamorosa la decisione di escludere solo gli investimenti in titoli di Stato, buoni e libretti postali, fino all’importo di 50 mila euro nel calcolo dell’Isee. Un vantaggio che si va ad aggiungere alla loro tassazione già agevolata con l’aliquota del 12,5%.
Anche la politica monetaria ha fatto e sta facendo la sua parte per distorcere le convenienze. Negli anni scorsi, nell’Eurozona ininterrottamente dal 2012 al 2022, sono state le Banche centrali ad aver abbattuto i rendimento dei titoli di Stato rastrellandoli sul mercato, al fine di immettere liquidità a titolo definitivo con i Qe, per importi ampiamente superiori alle emissioni nette di nuovo debito pubblico: in questo caso, chi li ha ceduti ha lucrato ampiamente rispetto al valore nominale che avrebbe incassato alla loro scadenza visto che avevano un rendimento assai superiore ai tassi di riferimento portati a zero. Anche le pur modeste operazioni della Bce di acquisto di bond privati, denominate Cspp, hanno creato discriminazioni a favore di chi era riuscito a rientrare in questa categoria di intervento.
Di converso, l’aumento dei tassi che è stato deciso successivamente, per contrastare l’inflazione montante, sta penalizzando duramente i detentori di titoli emessi in quel periodo a rendimento nominale particolarmente basso, se non negativo: quelli iscritti in bilancio come «disponibili per la negoziazione» ora devono essere svalutati per tener conto del loro minore prezzo di mercato, mentre sono esenti da perdite solo quelli «detenuti fino a scadenza».
In pratica, le Banche centrali strumentalizzano i titoli del debito pubblico per immettere e ridurre la liquidità, incidendo pesantemente sulla profittabilità degli impieghi e sulla stabilità del sistema bancario, che deve essere messo in sicurezza: basta vedere la rapidità e l’incisività degli interventi congiunti da parte della Fed, del Tesoro e della Fdic nei default di alcuni istituti di credito regionali americani. Nell’Eurozona, parimenti, alla precedente decisione di creare uno scudo difensivo per i debiti pubblici in difficoltà attraverso il Mes, il cosiddetto Fondo salva Stati, il nuovo Trattato prevede di estendere alle banche il suo ombrello protettivo.
Se gli eventi negativi di portata sistemica che riguardano Stati e banche vanno scongiurati a ogni costo, le singole imprese e i singoli cittadini sono invece lasciati soli sotto il peso dell’aumento dei tassi e dello spiazzamento degli impieghi privati a favore dei debiti pubblici che crescono incontrollati. Basta vedere, a questo proposito, il colossale raddoppio del deficit federale statunitense, che è passato da mille a duemila miliardi di dollari tra l’esercizio fiscale del 2022 e quello appena conclusosi lo scorso 30 settembre: solo la compensazione contabile di una partita in detrazione delle spese previste ma non effettuate a carico del bilancio del 2022 ha consentito di far figurare come più basso di ben 800 miliardi di dollari il maggior deficit effettivo di quest’anno.
Neppure hanno sostenuto gli impieghi in investimenti industriali le complesse relazioni tra le decisioni di politica fiscale e quelle di politica monetaria, che si muovono talora in sintonia ma ancor più spesso in contrasto tra loro. Nell’Eurozona, l’intero periodo trascorso dal 2012 al 2022 è stato caratterizzato dall’eccezionale severità fiscale derivante delle disposizioni del Fiscal Compact, la cui applicazione è stata solo sospesa in via generalizzata dal 2020 per via della situazione macroeconomica avversa determinata dalla epidemia di Covid-19, cui si è contrapposta una altrettanto eccezionale generosità della politica monetaria.
L’effetto depressivo sulle prospettive economiche che è derivato dalla politica fiscale restrittiva ha praticamente vanificato l’impulso espansivo della politica monetaria: invece degli investimenti produttivi è aumentato prevalentemente l’indebitamento delle famiglie per l’acquisto di abitazioni che in Germania, come negli Stati Uniti, ha destato particolare allarme a causa dell’aumento spropositato dei prezzi che determinava. In pratica, con i tassi a zero, da una parte si devastava il business bancario e dall’altro si determinava una asset inflation in campo immobiliare.
Il biennio pandemico 2020-2021 ha visto invece sia negli Usa che in Europa una singolare convergenza di indirizzi tra politiche fiscali e monetarie, entrambe volte ad evitare una flessione ancora più pesante del ciclo economico. Ma, anche in questo caso, l’effetto positivo sull’economia reale e sugli investimenti produttivi è stato assai scarso: si sono invece gonfiati a dismisura i depositi bancari. L’inflazione galoppante, guidata a partire dalla primavera del 2021 dall’incremento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti energetici, ha semplicemente assorbito l’eccessiva disponibilità monetaria che era stata accumulata.
A partire dal 2022, mentre la politica monetaria si è fatta fortemente restrittiva per contrastare l’inflazione, quella fiscale è stata ancora particolarmente generosa per contrastare l’impoverimento dei meno abbienti che l’inflazione stessa determina. Gli Stati, nonostante l’aumento dei tassi di interesse che aumenta il servizio del debito, stanno mantenendo particolarmente elevato il loro deficit di bilancio. Ma, ancora una volta, il credito alle imprese e gli investimenti nell’economia reale sono penalizzati: non bastano i Pnrr e gli incentivi fiscali per accelerare la transizione energetica ad attivare un nuovo ciclo di accumulazione da parte delle imprese.
In Italia, il sistema bancario e quello finanziario non sembrano in grado di sostenere adeguatamente la crescita delle imprese e soprattutto dei loro investimenti: anzi, il rialzo dei tassi e la contrazione della domanda hanno determinato una contrazione del credito. In Borsa, i listini si sono fatti sempre più striminziti mentre i pur consistenti incentivi previsti a favore delle nuove quotazioni societarie non sembrano essere decisivi.
Le banche italiane, nonostante il sistema normativo lo consenta ormai da un trentennio, non si sono mai impegnate nel credito industriale a medio e lungo termine e nelle partecipazioni dirette nelle imprese: vista l’estrema liquidità dei depositi che hanno in gestione, determinata dalla penalizzazione delle obbligazioni bancarie che è stata determinata dalla disciplina europea del bail-in, preferiscono dedicarsi ai servizi di pagamento.
Gli stress test della vigilanza precauzionale della Bce e le regole dell’Eba si sono dimostrati a loro volta inefficaci e controproducenti: mentre non hanno mai potuto neppure lontanamente ipotizzare le sfide pesantissime che il sistema economico ha invece dovuto concretamente affrontare, hanno ingessato il sistema del credito. Servono depositi più stabili da una parte e impieghi a più lungo termine dall’altra, assistiti da rifinanziamenti ben più durevoli dei Ltro triennali: sono queste le sfide da affrontare in modo strutturale se si vogliono sostenere le imprese negli investimenti in innovazione che sono assolutamente necessari.
La politica restrittiva della Bce sta invece strozzando il credito e ingrassando la rendita finanziaria: in queste condizioni, il maggior deficit pubblico e gli incentivi alla sottoscrizione dei titoli di Stato rimangono rimedi sostanzialmente inutili e soprattutto distorsivi. (riproduzione riservata)