L'Italia spende più per interessi (85,6 miliardi) che per investimenti (78,3 miliardi). Questa è la fotografia scattata dal 59esimo Rapporto Censis che sottolinea come l'aumento vertiginoso dell'indebitamento delle economie occidentali le renda fatalmente più fragili.
In particolare a settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, il 38,2% in più rispetto a settembre 2001. Di conseguenza nell'ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell'Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%).
La vulnerabilità italiana è accresciuta, continua il rapporto, dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all'estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d'Italia.
Parallelamente tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2025 (quasi quindici anni) la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell'8,5%. E chi ha perso più ricchezza è il ceto medio che «vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo».
E il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1% dal 2007, nonostante il recente parziale recupero (+2% tra il 2022 e il 2024). Laddove l'inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23%. Di conseguenza si è speso di più, ma si è consumato di meno: nel corso di cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l'utilizzo si è ridotto del 2%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.
Il rapporto del Censis registra inoltre che all'inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. E per di più il 48% della ricchezza è in mano a 1,3 milioni di famiglie che costituiscono il 5% delle famiglie più abbienti. D’altro canto la quota di ricchezza detenuta da 13 milioni di famiglie che si trovano invece alla base della piramide patrimoniale è scesa dall'8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.
A minacciare le prospettive di crescita dell’economia italiana c’è anche l’invecchiamento della popolazione.
Da un lato, l’incremento di 833 mila occupati registrato nel biennio 2023-24 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704 mila ossia l’84,5% di tutta la nuova occupazione. Il saldo positivo in 10 mesi del 2025 (206 mila occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410 mila unità (+4,2%), a fronte di -96 mila occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109 mila con meno di 35 anni (-2%).
Dall’altro lato, negli ultimi vent’anni il numero dei titolari d'impresa in Italia si è ridotto del 17% (da 3.428.000 a 2.844.000) mentre gli imprenditori under 29 sono crollati del 46%, arrivano a quota 153.425. Sono quindi il il 5,4% dei titolari d'impresa, mentre pesava per l'8,3% nel 2004. Nel frattempo, gli imprenditori più anziani, con 50 anni e oltre, sono arrivati a rappresentare il 10% del totale dei titolari d'impresa (erano l'8,1% nel 2004).
Restando nell’ambito del tessuto produttivo nazionale, il rapporto fotografa la riduzione del reddito delle piccole imprese dal 17,8% del pil nel 2004 al 14% nel 2024 mentre si contano 25.491 imprese multinazionali presenti all’estero. Un numero più elevato di quello delle multinazionali estere in Italia (18.434) che però hanno una dimensione superiore.
Il Censis ha registrato inoltre che l’81% degli italiani hanno sviluppato «una forma di risentimento nei confronti dei grandi oligarchi della rete, detentori di patrimoni stratosferici tenuti al riparo dalla scure fiscale».
Relativamente al comparto dell’automotive, c’è un dualismo da evidenziare. Grazie al processo dell'automazione sono aumentati tra il 1995 e il 2022 sia la produzione (+61,4%), sia il valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro impiegata (-21,3%). E nello stesso periodo, si legge nel rapporto, il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati in maniera non proporzionale: solo del 9,3%.
Ma soprattutto il Censis segnala che l'indice della produzione industriale è stato negativo per 32 mesi consecutivi con l'eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest'anno (-1,2%). Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell'anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31% rispetto al 2024. Anche se il Censis ha rilevato che il 43% degli italiani disapproverebbe un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43% degli italiani.
Quasi quattro italiani su 10 sono convinti però che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. Una cornice in cui l’Ue, per il 62% degli italiani, non gioca un ruolo decisivo.
A proposito delle dinamiche internazionali, l'incertezza provocata dai dazi applicati dagli Usa «ha avuto effetti immediati sul commercio italo-americano», segnala il rapporto Censis. Le variazioni tendenziali dell’export italiano hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%). Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l'effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l'impatto delle tariffe.
Forse a tali dinamiche e al clima di incertezza creato, il Censis registra che per il 74% degli italiani l’American way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Tanto il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India.
E allo stesso tempo, appena il 16,3% degli italiani ha dichiarato di riporre fiducia nel presidente statunitense Donald Trump. Per avere un’idea convince di più il presidente del Brasile Luiz Inàcio Lula, che raccoglie il 23% dei consensi.
Un grande cambiamento in corso in Italia - e non solo - è anche relativa ai mezzi di informazioni prediletti.
Negli ultimi vent'anni infatti la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell'ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell'insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent'anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent'anni) e libri (-24,6%).
La percentuale degli italiani che usano internet ha superato il 90%, ma la televisione è sempre la regina dei media con il 94,1% di utenti. Non a caso il telegiornale resta il mezzo più seguito dagli italiani per informarsi, con un'utenza complessiva del 47,7% della popolazione, ma alle sue spalle si collocano Facebook (36,4%), i motori di ricerca online (23,3%), le tv all news (18,9%) e i siti web d'informazione (17,2%). Un po’ diversa la classifica per i giovani dove le nuove fonti d'informazione superano nettamente i tg, visto che tra loro l'utenza scende dal 42,3% del 2021 al 22,5% del 2024. YouTube invece si attesta al 22,8% di utenza e i motori di ricerca su internet al 24,1%.
Resta dunque critica la situazione dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani cartacei venduti in edicola, che nel 2024 hanno toccato il minimo storico con il 21,7% di lettori: -45,3% dal 2007. Si registra ancora una limatura dei lettori dei settimanali (-2,2% rispetto al 2023) che arrivano a 18,2%, mentre i mensili sono stabili (16,9%). Gli utenti dei quotidiani on-line sono il 30,5% degli italiani e salgono al 61% quanti utilizzano i siti web d'informazione.
Con l'aumento costante delle persone che si informano online, i deepfake (contenuti audiovisivi generati con l'IA) assumono un ruolo sempre più centrale: innovazione per l'intrattenimento, ma anche mi-naccia per la qualità dell'informazione. Il 60,5% degli italiani dichiara di averne visto almeno uno, soprattutto contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%), contenuti informativi manipolati (15,0%) e truffe digitali (11,3%). Di conseguenza, il 44,9% ora si fida meno dei contenuti online, il 17,2% teme che le proprie immagini condivise sui social network possano essere utilizzate per realizzare deepfake, il 16,5% diffida dell'informazione proposta online, il 13,6% ha completamente smesso di leggere notizie sui social. Resta però il 7,6% che non concepisce i deepfake come una minaccia.
E se l'intelligenza artificiale entra stabilmente nelle abitudini degli studenti italiani: secondo un'indagine del Censis del 2025, il 72% degli alunni della secondaria di II grado la utilizza per lo studio o nella vita quotidiana e il 53,1% riferisce di avere docenti favorevoli al suo impiego didattico. (riproduzione riservata)