Uno dei maggiori cambiamenti nello scenario di mercato dei prossimi dieci anni riguarderà il maggiore ammontare di debito (soprattutto pubblico) da collocare presso gli investitori privati. Questo fenomeno è dovuto a due fattori principali: le maggiori emissioni degli Stati per finanziare i deficit nazionali e il minore sostegno delle banche centrali che saranno impegnate a ridurre il bilancio dopo averlo aumentato negli anni della pandemia.
Soltanto nell’Eurozona ci saranno oltre 7 mila miliardi di debito in più sul mercato fino al 2033, secondo una simulazione dell’Amundi Institute guidato da Monica Defend. Circa 3.900 miliardi sono dovuti al maggiore debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona, che passerà da 12.700 a 16.600 miliardi. Nello stesso tempo la Bce ridurrà i titoli di Stato in portafoglio che oggi sono circa 4 mila miliardi.
Francoforte non ha ancora deciso di quanto diminuirà il bilancio: nell’ipotesi che i bond pubblici scendano a 800 miliardi, ovvero la metà dell’attuale portafoglio per il piano pandemico Pepp, gli investitori privati dovranno assorbire 3.200 miliardi. Si raggiunge così il totale di circa 7.100 miliardi in più da collocare sul mercato. La stessa tendenza riguarderà le altre aree geografiche: l’ammontare aggiuntivo sarà di circa 22 mila miliardi negli Usa, soprattutto a causa dell’incremento del deficit atteso. Stati, banche centrali e investitori dovranno così adattarsi a uno scenario molto diverso rispetto a quello degli ultimi anni.
Innanzitutto i governi «devono riconoscere che i livelli già elevati di indebitamento e il minore sostegno monetario limiteranno la flessibilità fiscale», ha osservato l’analisi di Amundi scritta da Mahmood Pradhan, Tristan Perrier e Lorenzo Portelli. Nell’Eurozona in particolare «i Paesi con un debito più alto vedranno un aumento maggiore del costo di finanziamento». L’Italia non è citata in modo esplicito ma sarà tra i Paesi le cui politiche fiscali saranno influenzate di più dal nuovo contesto. In dieci anni il maggiore debito sul mercato potrebbe causare un aumento dei tassi dei titoli di Stato tedeschi decennali dell’1% e di quasi lo stesso livello per lo spread Btp-Bund secondo la simulazione di Amundi, che però non considera altri fattori determinanti per il costo del debito come la produttività e la crescita.
I Paesi più indebitati come l’Italia sono obbligati più che in passato a misure prudenti, a contenere le spese improduttive e a spingere il pil: in tal senso un ruolo chiave per Roma sarà quello del Pnrr. A protezione di movimenti ingiustificati dello spread, cioè non guidati dalle politiche fiscali, resteranno due strumenti della Bce: la flessibilità nei reinvestimenti dei titoli scaduti del piano Pepp (al momento prevista fino a fine 2024) e soprattutto lo scudo Tpi (Transmission Protection Instrument, che è stabilmente nella cassetta degli attrezzi della banca centrale).
Le maggiori banche centrali sono arrivate con ogni probabilità alla fine dei rialzi dei tassi. Nell’Eurozona il mercato non si aspetta nuove strette da parte della Bce. Prima della recente volatilità sui tassi di mercato, i falchi del board stavano insistendo invece per una riduzione accelerata del portafoglio titoli del Pepp, con una chiusura anticipata rispetto a fine 2024, auspicata anche dal presidente della Bundesbank Joachim Nagel.
Il capoeconomista della Bce Philip Lane ha comunque osservato che il bilancio della banca centrale non potrà tornare sui livelli ridotti mantenuti prima della crisi finanziaria. Così si potrà sostenere il credito delle banche ed evitare il rischio di shock sui mercati. In futuro secondo Lane ci sarà un portafoglio «strutturale» di bond oltre ai rifinanziamenti delle banche. La materia sarà discussa nell’ambito delle nuove modalità operative della politica monetaria Bce che saranno definite entro la primavera.
Nei prossimi mesi si potrebbe parlare anche dell’aumento delle riserve obbligatorie degli istituti di credito che non sono remunerate dalle banche centrali dell’Eurosistema, a differenza delle riserve in eccesso che sono pari a 3.700 miliardi. La Bundesbank in particolare chiede la misura, ma è in conflitto di interessi perché vuole così contenere le perdite che quest’anno spazzeranno via il capitale della banca centrale tedesca. In teoria le valutazioni su profitti e perdite non dovrebbero essere considerate nella politica monetaria.
Dal 2022 la riduzione del bilancio Bce è stata comunque la maggiore tra quella degli istituti centrali globali. «La rapidità con cui le banche centrali riusciranno a diminuire i titoli in portafoglio, e l’impatto che ciò avrà sui rendimenti di mercato, dipenderà anche dalla quantità di debito aggiuntivo che i governi emetteranno», ha rilevato Amundi che ha inoltre evidenziato: «Per evitare un’eccessiva stretta monetaria, le banche centrali probabilmente ridurranno le attività in portafoglio a un ritmo graduale».
Secondo Amundi «anche gli investitori dovranno adattarsi a un nuovo paradigma, abbandonando l’orientamento accomodante che ha sostenuto i prezzi delle attività finanziarie, per passare a un contesto che dovrebbe rendere le obbligazioni più attraenti, aumentando al contempo i rendimenti richiesti corretti per il rischio per le altre principali classi di attività».
Sono finiti gli aumenti indiscriminati dei prezzi degli asset legati alla politica monetaria: gli investitori si concentreranno di più su fondamentali e settori più redditizi. L’aumento dei tassi sui titoli più sicuri comporterà «valutazioni più basse per gli altri asset». Anche in questo caso l’aggiustamento sarà «graduale». Nella simulazione di Amundi (che non è una previsione perché non considera altri fattori che possono compensare l’effetto) il nuovo scenario potrebbe causare un calo del 20% per l’azionario globale in dieci anni, del 10% per il comparto high yield, del 6% per l’investment grade e del 17% per l’oro. (riproduzione riservata)