La nuova ondata di dazi Usa dal 1° ottobre non è inaspettata. Ma stupisce per l’ampiezza. Infatti prende di mira più di un prodotto. Non solo i farmaci, ma anche i camion pesanti, i mobili da cucina e bagno e gli arredi imbottiti, colpiti, rispettivamente, da tariffe del 100% (ma Trump aveva minacciato anche il 200%), del 50% e del 25%. Tutto questo accade mentre Wall Street resta sui massimi storici, «ma le ultime tre sedute hanno già mostrato correzioni e un cambio di tono nel sentiment: il Fear & Greed Index segna la fine dell’avidità e l’ingresso in un terreno più prudente», nota Gabriel Debach, market analyst di eToro.
L’annuncio di Trump rappresenta un’estensione massiccia della strategia tariffaria, che non riguarda più soltanto acciaio e alluminio, ma si spinge dentro i beni di consumo e, soprattutto, nel cuore della salute pubblica. Dal 1° ottobre scatteranno tariffe del 100% su tutti i farmaci brandizzati importati negli Stati Uniti, con esenzione per chi abbia già avviato la costruzione di stabilimenti in America. «È un provvedimento che colpisce non solo un settore ma un modello, perché la catena del valore del pharma resta tra le più globalizzate al mondo», spiega Debach.
L’industria si trova così schiacciata da un doppio fronte. Da una parte i negoziati IRA sui prezzi dei rimborsi medicare, che prevedono tagli fino al 65% rispetto alle medie internazionali e che coinvolgono blockbuster come Ozempic, Wegovy e Austedo. Dall’altra la minaccia di nuove tariffe mirate. Non a caso il pharma tratta a sconto del 36% rispetto all’S&P 500, secondo Goldman Sachs, «un livello che fotografa un rischio politico permanente più che un rallentamento ciclico», continua Debach, precisando che l’annuncio di Trump non ha fatto altro che formalizzare ciò che era già prezzato, confermando che la politica industriale americana oggi colpisce contemporaneamente dove si produce e a quanto si vende.
La geografia degli accordi attenua o amplifica l’impatto. L’Europa si è già messa al riparo grazie a un’intesa che fissa i dazi al 15%, lo stesso vale per il Giappone. La Svizzera resta più esposta, con una tariffa al 39%, mentre Regno Unito, India e Cina non hanno scudi equivalenti e rischiano di subire l’impatto pieno del 100%. «La combinazione di dazi e negoziati Ira riduce i ricavi da una parte e alza i costi dall’altra, comprimendo i margini e spingendo le aziende a rivedere i programmi di ricerca, duplicare impianti e sostenere spese crescenti di compliance. È la doppia morsa che ridisegna non solo i conti del settore, ma anche la sua geografia industriale», rimarca l’esperto di eToro.
Tra le prime venti big pharma mondiali la mediana delle performance da inizio 2025 è negativa del 7%. I campioni della narrativa come Eli Lilly e Novo Nordisk segnano ribassi, rispettivamente, del 7% e del 42%, mentre colossi americani come Merck, Pfizer e Bristol Myers cedono a doppia cifra. Solo poche eccezioni, come Johnson & Johnson (+26%), Galderma (+35%) e la cinese Jiangsu Hengrui (+58%), riescono a distinguersi in positivo.
Comunque il 26 settembre le grandi case farmaceutiche europee non hanno subito più di tanto la nuova stretta Usa. AstraZeneca ha segnato in chiusura un +0,40% e Gsk +1,05% a Londra, Novartis è salita dello 0,95% e Roche ha perso lo 0,67% a Zurigo, Recordati solo lo 0,20% a Milano, Sanofi ha guadagnato l’1% a Parigi. Solo Novo Nordisk è stata la più penalizzata con un -3,4% a Copenhagen. D’altra parte big pharma europei sono presenti negli Stati Uniti e quasi tutti hanno annunciato ingenti investimenti nei prossimi anni per costruire impianti.
«È improbabile che i nuovi dazi del 100% sulle importazioni di farmaci di marca abbiano un impatto significativo sul settore farmaceutico. Le grandi aziende biofarmaceutiche hanno pianificato investimenti negli Stati Uniti per diverse centinaia di miliardi di dollari, il che probabilmente le esenterà da tali dazi», sostiene Servaas Michielssens, Head of Healthcare, Thematic Global Equity di Candriam per il quale il fattore più importante da monitorare è l'andamento della politica statunitense sui prezzi dei farmaci, dove sono in corso discussioni su potenziali progetti pilota nei programmi governativi come Medicare e Medicaid.
Resta da chiarire se i farmaci per le malattie rare siano esclusi, come accaduto in passato per altri provvedimenti (l’unica attività che Recordati svolge in Usa nel 2024 rappresentava il 17% del fatturato con margini superiori alla media, interamente prodotto in Europa). Per Equita (rating buy e target price a 64 euro confermati su Recordati) questo provvedimento riguarda anche i farmaci prodotti in Ue, avendo l’Europa recentemente siglato un accordo con gli Stati Uniti per dazi non superi il 15% anche per il settore farmaceutico, comunque soggetti all’indagine della Section 232 (norma che permette di imporre restrizioni/tariffe per motivi di sicurezza nazionale). Pur ritenendo che le malattie rare possano beneficiare di un regime agevolato o essere esentate, almeno nel breve l’incertezza inevitabilmente peserà sul settore, avverte la Sim.
Comunque tra i titoli che Mediobanca Securities copre Recordati (rating outperform e target price a 65 euro) è sicuramente il titolo più esposto a questo tema. «Gli Stati Uniti generano circa il 17% del fatturato, con un’offerta concentrata sul segmento molto specifico dei trattamenti per le malattie rare. Questo segmento ha una domanda anelastica, solido potere nel determinare i prezzi e un’incidenza complessiva dei costi di produzione limitata; ciò detto, dazi del 100% sarebbero difficili da trasferire totalmente senza alcun impatto sui margini. Il sentiment negativo sul settore farmaceutico potrebbe pesare sulle performance del titolo; sarà quindi cruciale capire nelle prossime settimane se il tetto del 15% negoziato dall’Ue per il pharma prevarrà su questi potenziali dazi settoriali», avverte la banca d’affari.
D’altra parte, Mediobanca non si aspetta che Diasorin (outperform e target price a 128 euro) venga impattata da questo nuovo pacchetto di dazi. Infatti, le nuove tariffe non dovrebbero riguardare i test diagnostici. Inoltre, Diasorin dispone già di capacità produttiva negli Usa e il peso delle vendite generate dai prodotti importati dall’Europa negli Usa non dovrebbe essere rilevante. Ciò detto, è probabile che la reazione negativa del settore influenzi, comunque, la valutazione di mercato di Diasorin», conclude Mediobanca Research.
A questo proposito si ricorda che il Segretario al Commercio degli Stati Uniti ha avviato un’indagine ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act su diverse categorie all’interno dell’industria Medtech. Ciò potrebbe comportare tariffe più elevate o restrizioni alle importazioni per il comparto. Sulla base delle vendite generate negli Stati Uniti da prodotti non fabbricati localmente, «riteniamo che le aziende sotto la nostra copertura probabilmente più influenzate da questo annuncio siano Carl Zeiss (rating neutral), Siemens Healthineers (neutral), Elekta (sell), Philips (buy), Demant (buy) e Sonova (neutral). Riteniamo che Alcon (buy), GE Healthcare (neutral), Biomerieux (buy), Fresenius Medical Care (sell), Fresenius SE (buy), Straumann (sell) e Vimian (neutral) siano invece quelle meno influenzate», afferma Graham Doyle, analista di Ubs.
Sono diverse le categorie incluse dall’indagine: dispositivi di protezione individuale (maschere chirurgiche, respiratori N95, guanti, camici e componenti medici correlati); strumenti che si consumano (siringhe, aghi, pinze, bisturi, cateteri, apparecchiature per anestesia, garze/bende, suture, reagenti diagnostici e di laboratorio); macchine usate in ambito sanitario per supportare la cura del paziente (sedie a rotelle, letti ospedalieri, stampelle) e altri dispositivi medici (pacemaker, stent coronarici, valvole cardiache, apparecchi acustici, protesi robotiche e non, monitor glicemici, apparecchiature ortopediche, scanner, risonanza magnetica, apparecchi per i raggi X, ventilatori e macchine respiratorie).
Doyle analizza le aziende potenzialmente più influenzate, nella sua lista c’è l’italiana Diasorin: