Dodici miliardi di dollari di esportazioni. È questo l’impatto diretto dei dazi sull’industria metalmeccanica italiana secondo un rapporto curato dal Centro Studi della Fiom-Cgil, che ha quantificato il peso delle tariffe statunitensi su un settore che da solo contribuisce per circa l’8% al pil nazionale.
Nel dettaglio, i dazi del 25% (in vigore o imminenti) su alluminio e acciaio colpiscono esportazioni per rispettivamente 3,417 e 2,258 miliardi di dollari. Ancora più rilevante è l’effetto sull’automotive: 3,653 miliardi riguardano i veicoli e altri 2,752 miliardi la componentistica.
Nel 2024 il valore complessivo delle esportazioni metalmeccaniche – che includono metallurgia, impianti, apparecchi elettrici/elettronici, treni e tram, veicoli, aerei e navi – ha raggiunto i 282 miliardi di dollari. D’altronde quasi la metà della ricchezza del settore manifatturiero italiano è riconducibile al comparto.
Il saldo commerciale è positivo: oltre 53 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti assorbono il 10,5% delle esportazioni (contro il 2,45% della Cina) ma il primo partner commerciale resta l’Unione Europea, con il 57,14% dell’export, trainato dalla Germania.
I dati, però, non includono l’effetto indiretto innescato da Paesi come quello tedesco che, in quanto grande esportatore verso gli Stati Uniti, potrebbe diventare un amplificatore dei dazi sulle catene di fornitura italiane.
I settori già più esposti ai dazi (come veicoli, metallurgia e apparecchiature elettriche) coincidono con quelli maggiormente colpiti dalle crisi industriali. Nel solo settore automotive sono 5.845 gli addetti coinvolti in tavoli di crisi, pari al 59% della forza lavoro attiva nelle aziende in difficoltà.
In totale, il numero dei lavoratori metalmeccanici interessati da crisi aziendali, cassa integrazione o esuberi è pari a 19.364. Le ore di cassa integrazione autorizzate nel 2024 hanno superato i 21 milioni al mese, segnando un aumento costante negli ultimi tre anni.
«Le proposte della Fiom-Cgil sono rivolte alle Istituzioni nazionali ed europee e alle imprese», ha dichiarato il segretario generale, Michele De Palma, «a partire da una valutazione di fondo: tutti i cambiamenti devono essere affrontati con i lavoratori e non contro».
La Fiom propone un cambio di paradigma che parta dalla riduzione della dipendenza dalle esportazioni, dal rilancio della domanda interna attraverso l’aumento di salari e dall’attuazione di misure contro le delocalizzazioni e a favore del reshoring. Centrale, secondo il sindacato, l’utilizzo integrale delle risorse inutilizzate del programma Transizione 5.0, oltre 5,4 miliardi di euro, per sostenere filiere strategiche e nuovi poli industriali pubblici. (riproduzione riservata)