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Dazi Usa al 15%, Lagarde (Bce) avverte: porterà sicuramente a interruzioni delle attività economiche

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Dazi Usa al 15%: chi vince e chi perde con Trump. Perché l’Italia è colpita di più

23 febbraio 2026, 08:30 Ultimo aggiornamento: 08:58

I nuovi dazi annunciati da Trump partono martedì e durano 150 giorni, poi dovranno essere ratificati dal Congresso Usa | Il video

I nuovi dazi globali al 15% che il presidente Usa, Donald Trump, ha minacciato al mondo domenica finiscono per favorire proprio i Paesi che il presidente americano aveva criticato più duramente: tra questi Cina e Brasile. È quanto emerge da un’analisi dei dati condotta da Global Trade Alert, società indipendente di monitoraggio commerciale.

Cina e Brasile festeggiano

Secondo lo studio visionato dall’FT, il Brasile beneficerà della maggiore riduzione dell’aliquota media dei dazi, in calo di 13,6 punti percentuali, seguito dalla Cina con una riduzione di 7,1 punti. A essere colpiti più duramente dalla nuova misura saranno invece alleati storici degli Stati Uniti come Regno Unito, Unione Europea e Giappone.  La nuova misura è stata annunciata domenica 22 febbraio dopo che la Corte Suprema ha dichiarato illegittima gran parte della precedente politica commerciale dell’amministrazione Trump.

Il nuovo dazio globale parte martedì per 150 giorni

In origine, Trump aveva utilizzato l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per imporre dazi ai partner commerciali degli Stati Uniti, ma la Corte ha bocciato questa impostazione. Dopo la sentenza, il presidente ha annunciato la sostituzione delle tariffe Ieepa con un dazio generalizzato del 10%, poi innalzato al 15%. La misura entrerà in vigore martedì e resterà valida per 150 giorni, dopodiché sarà necessaria un’autorizzazione del Congresso.

Il rappresentante commerciale statunitense, Jamieson Greer, ha difeso il nuovo regime, affermando che l’amministrazione proseguirà con indagini sulle pratiche commerciali scorrette che potrebbero portare a ulteriori dazi. Pur riconoscendo che la nuova base legale offre meno flessibilità rispetto all’Ieepa, Greer ha assicurato continuità nell’attuale programma tariffario. Quest’ultimo ha poi spiegato che l’aumento dal 10% al 15% è stato deciso perché «l’urgenza della situazione richiede il pieno utilizzo dei poteri a disposizione». Ha aggiunto di aver parlato con diversi partner commerciali, compresa l’Unione Europea, sottolineando che nessuno vuole mettere in discussione gli accordi già raggiunti.

Secondo Johannes Fritz, economista e amministratore delegato di Global Trade Alert, «i Paesi più duramente criticati dalla Casa Bianca — come Cina, Brasile, Messico e Canada — sono quelli che vedono ora la maggiore riduzione effettiva dei dazi». Anche diversi Paesi asiatici, tra cui Vietnam, Thailandia e Malesia, spesso accusati da Trump di generare ampi surplus commerciali con gli Stati Uniti, trarranno beneficio dal nuovo sistema. In particolare, i settori manifatturieri — abbigliamento, mobili, giocattoli e plastica — potrebbero risultare avvantaggiati.

In attesa del vertice Trump-Xi

Tuttavia, Greer ha precisato che Washington intende avviare nuove indagini sulle pratiche commerciali sleali legate all’eccesso di capacità produttiva, che potrebbero coinvolgere molti Paesi asiatici. Ha citato anche il caso del riso sovvenzionato all’estero, che danneggerebbe gli agricoltori americani. Greer ha inoltre assicurato che i nuovi dazi non influenzeranno l’incontro a breve tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping  per mantenere la stabilità e garantire il rispetto degli impegni cinesi sull’acquisto di prodotti agricoli, aerei Boeing e terre rare.

Il 15% si somma ai dazi di settore

Secondo Fritz, tuttavia, il futuro del sistema tariffario resta incerto. L’amministrazione Usa ha infatti segnalato l’intenzione di ricorrere ad altre basi giuridiche, come la Sezione 301 del Trade Act del 1974 per introdurre misure specifiche contro singoli Paesi. Gli Stati Uniti hanno già avviato indagini di questo tipo nei confronti di Brasile e Cina. Il nuovo regime penalizzerà in modo particolare gli alleati degli Stati Uniti dal momento che le esportazioni sono concentrate in settori come acciaio, alluminio e automobili, già soggetti ad altri dazi rimasti in vigore dopo la sentenza.

Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha detto che tutti i partner commerciali desiderano mantenere gli accordi negoziati con Washington. Tuttavia, Bruxelles ha chiesto «piena chiarezza» sulla situazione. La Commissione europea ha sottolineato che l’attuale contesto non favorisce relazioni commerciali «eque, equilibrate e reciprocamente vantaggiose. Un accordo è un accordo. In quanto principale partner commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che Washington rispetti gli impegni presi», ha dichiarato la Commissione.

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha osservato che gran parte dell’onere dei dazi esistenti è ricaduto sugli importatori e sui consumatori statunitensi, sottolineando la necessità di chiarezza normativa: «Prima di mettersi alla guida, bisogna conoscere le regole della strada. Lo stesso vale per il commercio e per gli investimenti».

Chi ci rimette di più: il Regno Unito. Ma occhio all’Italia

Il principale perdente del nuovo dazio è il Regno Unito, che aveva ottenuto un’aliquota del 10% su molti beni e vedrà ora un aumento medio di 2,1 punti percentuali. L’Unione Europea, che aveva concordato un’aliquota del 15% nell’intesa con Washington, registrerà un incremento medio di 0,8 punti percentuali, con Italia e Francia tra i Paesi più esposti se si considerano circa 1.100 categorie di prodotti esentate.

Secondo Allie Renison, ex funzionaria del dipartimento britannico per il Commercio, Londra si trova ora di fronte a un dilemma: cercare un accordo migliore o attendere per capire se verranno introdotte ulteriori misure. Trump potrebbe essere disposto a ripristinare l’aliquota del 10% per il Regno Unito, probabilmente in cambio di nuove concessioni. (riproduzione riservata)



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