La sentenza con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato «illegali» i dazi imposti da Donald Trump segna una cesura profonda nella politica economica americana. Non solo perché apre una voragine potenziale da 175 miliardi di dollari nei conti federali del Tesoro, ma perché rischia di avere effetti rilevanti sulle relazioni commerciali internazionali e sugli equilibri politici interni.
La stima, elaborata dal centro di ricerca Penn-Wharton Budget Model su richiesta dell’agenzia di stampa Reuters, fotografa l’ordine di grandezza del problema: miliardi di dollari da restituire a un’ampia gamma di aziende che ha già fatto causa all’amministrazione Trump per aver imposto le tariffe senza l’autorizzazione del Congresso.
Il cuore della sentenza risiede proprio nell’interpretazione rigorosa della Costituzione americana: il potere di imporre tariffe spetta al Congresso degli Stati Uniti, non al Presidente. La Corte ha chiarito che il Congresso non ha mai delegato in modo esplicito questa facoltà all’esecutivo e ha sottolineato come, prima di Trump, nessun presidente avesse mai invocato l’International Emergency Economic Powers Act per giustificare l’introduzione di dazi.
Sul piano della politica commerciale, la sentenza fa perdere a Trump perde la possibilità di usare i dazi come strumento immediato di pressione. Eventuali nuove tariffe dovranno seguire procedure più complesse e, in molti casi, passare dal Congresso. Ciò riduce la forza negoziale degli Stati Uniti nei confronti dei partner internazionali e mette in discussione accordi raggiunti proprio sotto la minaccia tariffaria, in un contesto in cui la stabilità delle regole è cruciale per gli scambi e gli investimenti.
Dal punto di vista dei mercati, l’impatto immediato appare contenuto. Secondo Matthew Ryan, head of market strategy di Ebury, la decisione era ampiamente prevista e la Casa Bianca dispone ancora di strumenti alternativi per perseguire una strategia protezionistica. «Ciò significa che, pur potendo osservare alcune turbolenze a breve termine, la sua strategia tariffaria a lungo termine difficilmente sarà compromessa, finché la Casa Bianca riuscirà a replicare il regime attraverso metodi alternativi», ha spiegato l’esperto.
Tuttavia, il dollaro ha reagito negativamente alla sentenza. Un segnale che, più che al commercio, guarda al fronte fiscale: «I mercati temono che i massicci rimborsi dei dazi possano creare un significativo deficit di bilancio negli Stati Uniti, un aumento del disavanzo e un incremento dell’emissione di debito». Non a caso, sul piano internazionale, l’effetto principale è l’aumento dell’incertezza: accordi commerciali raggiunti sotto la pressione dei dazi potrebbero essere ridiscussi e la prevedibilità delle relazioni commerciali Usa ne esce indebolita.
Il conto dei dazi, alla fine, non lo stanno di certo pagando gli esportatori stranieri, come Trump aveva promesso, ma quasi interamente i consumatori americani e le imprese locali. In appena un anno, il prelievo sulle merci dirette negli Stati Uniti è quadruplicato, passando da 7 a 28 miliardi di dollari al mese, e il prelievo medio sui beni importati ha raggiunto il 17%. Secondo uno studio del Kiel Institute, solo il 4% dei dazi è stato sostenuto dagli esportatori, mentre il restante 96% è ricaduto sui cittadini americani.
Il risultato è che, se sul piano fiscale i dazi hanno generato un tesoretto federale di circa 245 miliardi di dollari nel 2025, la vera spesa è stata sopportata dall’economia interna, tra prezzi al consumo più alti e margini delle imprese compressi. Sul fronte globale, invece, i flussi commerciali non si sono fermati: si sono semplicemente spostati, con l’Europa e altri mercati emergenti che hanno trovato nuovi sbocchi. Anche l’Italia, pur riducendo il surplus verso gli Stati Uniti, ha continuato a crescere nelle esportazioni verso altre destinazioni, dal Sud-Est asiatico alla Svizzera e alla Cina. (riproduzione riservata)