Se ci fosse stato lui, le cose sarebbero andate diversamente. È una frase che si sente ripetere in aree politiche, il «lui» riferendosi, questa volta, a Mario Draghi al posto di Ursula von der Leyen nel negoziato scozzese con Donald Trump. In effetti, prescindendo dal ruolo consueto di demiurgo che si attribuisce a Draghi nelle diverse e importanti cariche apicali finora ricoperte (e dal «lui» che non è beneaugurante ricordando a chi veniva riferito nelle reminiscenze politiche e popolari) nel caso specifico, si deve osservare che non sarebbe stato necessario neppure scomodare l'ex presidente del Consiglio per avere un esponente meno inadeguato per il negoziato con Trump.
Quel che Draghi pensa sulla questione dazi e, soprattutto, sull'Unione, oltre al noto Rapporto redatto e a molti interventi compiuti, potremo ascoltarlo all'apertura del Meeting di Rimini il 22 agosto quando, appunto, terrà un discorso, come fece nel 2022, che però astutamente, questa volta, viene presentato come un breve intervento sul futuro dell'Europa. L'argomento è azzeccato per non poter trascurare i rilevanti avvenimenti che forse, alla data prevista, saranno ancora in itinere.
L'anno scorso il discorso di apertura fu tenuto dall'attuale governatore riscuotendo un grande successo. Ma il problema capitale, più che il «lui» in sostituzione della Von der Leyen, sta proprio nell'Europa con i suoi gravi problemi, l'incapacità di una voce singola nei momenti cruciali, l’inadeguatezza ad affrontare il tema delle riforme, l'apparire quasi sempre con il volto di chi pone limiti ed emana prescrizioni a volte anche bizzarre, raramente nel volto di chi progetta e realizza avendo di mira il futuro e, non per ultima, l'incompiutezza assoluta della sua architettura istituzionale.
Allora ci si deve chiedere se vi sia veramente spazio per un Cincinnato che si vorrebbe riuscisse a fare de albo nigrum et de quadrato rotundum. Certo, si fa meglio dell'attuale presidente della Commissione Ue e non ci vuole molto. Ma non è realisticamente immaginabile una palingenesi. Lo stesso Draghi ha potuto sperimentare gli ostacoli e la fatica nel portare al successo alcune sue iniziative e proposte quando è stato ai vertici istituzionali e lo iato tra le proprie aspettative e le realizzazioni. È pensabile che i componenti dell'Unione improvvisamente cambino posizioni, schieramenti politici, rapporti consolidati solo perché alla testa di un organo vi è una persona di prestigio? O non è, invece, un lavoro di lunga lena che va affrontato con la necessaria pazienza perché si possano conseguire le necessarie convergenze?
Secondo me, chi è stato premier, presidente della Bce e governatore della Banca d'Italia non trae alcun beneficio e non lo trae il Paese allorché si reclama la sua designazione per i più svariati incarichi (tempo fa, si parlava anche della carica di Segretario generale della Nato, magari inaudita altera parte, cioè lui).
Come se, altre ipotesi non esistessero e i problemi fossero esclusivamente nei sommi vertici, escludendo tutto il resto degli organi di Istituzioni e Autorità. La competenza e l'esperienza di Draghi sono indiscutibili, ma non bastano. Sono favorevoli presupposti; poi vi è tutto il resto .(riproduzione riservata)