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One Big Beautiful Bill, lettere dazi, e il futuro di Powell. Le dichiarazioni di Scott Bessent

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Dazi, Bessent (Usa): tutti i paesi vogliono negoziare, per noi 2.800 miliardi in 10 anni

di Becky Quick, JohnCarney, e Andrew Ross Sorkin
07 luglio 2025, 20:50 Ultimo aggiornamento: 21:53

Il segretario al Tesoro Usa spiega che il Big, Beautiful Bill può accelerare la crescita economica, riducendo il deficit e migliorando il rapporto debito/pil. Non c’è nessuna paura per la debolezza del dollaro. Un nuovo presidente della Fed potrebbe dare un’impronta diversa | IL VIDEO Le dichiarazioni di Bessent

«Il rapporto debito/pil scenderà e arriveranno nuovi accordi commerciali»: così il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha difeso in un’intervista alla Cnbc la manovra fiscale voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il Big Beautiful Bill.

Domanda. Lei ha sostenuto che questa manovra aiuterà a ridurre il disavanzo, oggi al 6% del pil. Come?

Risposta. Abbiamo ereditato una situazione disastrosa. Lo scorso anno il deficit era al 6,7% del pil: il dato più alto mai registrato in tempi di pace. Il problema non è la riscossione fiscale, ma la spesa. Stiamo lavorando per contenerla e, al tempo stesso, vogliamo rilanciare la crescita: se il pil accelera, si risolvono molti problemi legati al disavanzo.

D. Ma non tutta la spesa in deficit è uguale. Se deriva da tagli fiscali che generano crescita, è meno dannosa di misure come il Green New Deal?

R. Esattamente. Conta se la spesa genera crescita e se il pil corre più del deficit. Il dato che conta è il rapporto debito/pil e intendiamo ridurlo. Abbiamo anche ridimensionato le spese previste dall’Ira (Inflation reduction act, introdotta dall’amministrazione Biden, ndr), eliminando progetti poco redditizi. L’agenda economica di Trump si basa su tre pilastri: commercio, tasse, deregolamentazione. Quest’ultima accelererà la crescita, ma senza effetti inflattivi, a differenza degli ultimi anni.

D. Ieri ha detto che entro mercoledì potrebbero arrivare nuovi accordi sui dazi. È ancora così? E l'India è coinvolta?

R. Sì, ci saranno diversi annunci importanti entro le prossime 48 ore. Al presidente Trump interessa la qualità, non la quantità degli accordi. Non appena ha lasciato intendere che i dazi potrebbero tornare ai livelli del 2 aprile, diversi Paesi hanno cambiato i toni, si sono precipitati con nuove offerte. La mia casella di posta elettronica era piena di nuove proposte. Ci aspettano giornate impegnative, ma la cosa importante è che Trump ha detto che le tariffe reciproche non entreranno in vigore fino al 1 agosto.

D. Le lettere che saranno inviate mercoledì conterranno ultimatum?

R. Sono comunicazioni standard: ringraziamo per voler commerciare con gli Stati Uniti, indichiamo le tariffe e lasciamo la porta aperta alla trattativa.

D. Molti critici dei dazi si lamentano anche quando il presidente non li applica. È paradossale

R. Lo dico da settimane: la Tds, che prima era la Trump Derangement Syndrome, oggi è la Tariff Derangement Syndrome. Gli stessi che speravano in un crollo dell’economia e nell’impennata dell’inflazione. Ma nulla di tutto questo si è avverato. Stiamo raccogliendo entrate significative dai dazi. Il Cbo stima 2.800 miliardi di dollari in dieci anni. E i nuovi accordi potrebbero aumentare ulteriormente questa cifra.

D. Quale ruolo pesa di più per i mercati: il suo o quello del presidente della Fed?

R. Entrambi sono fondamentali. Io sono impegnato al Tesoro e continuerò a fare ciò che il presidente riterrà più utile. L’approvazione della legge fiscale del 4 luglio è stato un traguardo enorme. Ora tocca a noi attuarla.

D. Il presidente ha criticato Powell definendolo «too late». I mercati sembrano però già anticipare un cambio di rotta, come se ci fosse una Fed ombra. Condivide?

R. I mercati vivono nel futuro e forse stanno già scontando l’idea che i tassi dovrebbero essere più bassi. Al momento si prevedono due tagli entro l’anno. Il differenziale tra overnight e due anni è invertito: forse riflette i fondamentali. Certo, un nuovo presidente della Fed darebbe un’impronta diversa, ma ricordo sempre che non decide da solo: è un comitato.

D. Parliamo del dollaro. Ha avuto il peggior inizio d'anno degli ultimi decenni. Era sopravvalutato? È un segnale del ribilanciamento voluto dal presidente?

R. Dopo 30-40 anni negli investimenti, so che le valute salgono e scendono. Forse la velocità è stata insolita, ma oggi tutto si muove più in fretta. Dopo il minimo di aprile, i mercati hanno registrato il recupero più rapido da un -15%. Nel primo mandato di Trump il dollaro calò del 7% dopo la riforma fiscale, poi risalì. Il dollaro debole può riflettere un euro più forte, con l’aumento della spesa pubblica in Europa, soprattutto nella difesa. Inoltre, il renminbi cinese si è deprezzato di oltre l’11% sull’euro: non mi pare che ci sia preoccupazione per un rafforzamento dello yuan. (riproduzione riservata)



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