Daria Perrotta sembra essere già impegnata a ragionare sul prossimo compito, mentre riceve la Mela d’Oro per le Istituzioni. Che la Ragioniera Generale dello Stato fosse una stacanovista si sapeva. Era noto fin da quando il ministro Giancarlo Giorgetti l’ha indicata al posto di Biagio Mazzotta. Pescandola dalla Corte dei Conti e non, come da radicata tradizione, dalla Banca d’Italia.
Non ha un profilo social e non rilascia interviste. Napoletana tenace, vigila da quasi un anno sulla tenuta dei conti pubblici e da quanto si dice possiede una spiccata passione per cinema e libri.
Ed è a lei che quest’anno è andato il Premio Marisa Bellisario, «Donne che fanno la differenza», riconoscimento istituito da Lella Golfo assegnato alle donne che si distinguono e che rappresentano un’opportunità di sviluppo per il Paese. La lista delle premiate della 37° edizione lo ha dimostrato: Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, premiata nella categoria Internazionale. Rita Lofano, presidente dell’Agi, per l’Informazione. Nella sezione Imprenditoria, invece, Laura Bertulessi che guida Italtrans, azienda di trasporto e deposito a servizio completo.
«Per la preparazione, l’integrità e l’equilibrio con cui ha percorso tutte le tappe di un’esemplare carriera, fino ai vertici della Ragioneria dello Stato. Prima donna e tra i più giovani a conquistare un ruolo tanto delicato e strategico, modello di una parità realizzata». Queste le motivazioni che hanno chiamato Daria Perrotta sul palco del Parco Archeologico del Colosseo dove si è svolta la premiazione.
Lei che, a tutti gli effetti, è un underdog. Nata il 2 marzo 1977, ha studiato nello stesso liceo classico di Mario Draghi (il «Massimo» nel quartiere Eur di Roma). Padre ingegnere, ha conseguito due lauree, una in Scienze politiche (all’Università Luiss di Roma, e una in Giurisprudenza (a Urbino), oltre a un master in economia applicata. Poi a ventidue anni, età in cui ha conseguito la prima laurea, ha vinto il concorso come documentarista della Camera dei Deputati.
Montecitorio. Il luogo in cui la sua carriera è decollata. Era la spalla di Paolo Visca, ex capo di gabinetto di Giorgetti, oggi consigliere, l’altro suo maestro è Daniele Cabras, il guardiano della Carta, per conto di Sergio Mattarella, che è anche il suo collegamento con il Colle. Al Mef viene notata durante il governo Renzi, quando a chiamarla come consigliere giuridico nel suo gabinetto da ministro delle Riforme è Maria Elena Boschi.
Nel primo governo Conte, ha ricoperto il ruolo di coordinatore delle attività dell’Ufficio di segreteria del Consiglio dei ministri. Ha lavorato nella V Commissione (bilancio, tesoro e programmazione). Ha avuto poi una poltrona dal governo Draghi, nominata capo di gabinetto del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli. Perrotta è la Ragioniera che piace un po’ a tutta la politica. Da destra a sinistra. Perché «è brava, lo dicono tutti», aveva dichiarato alla stampa il titolare di via XX Settembre dopo averla indicata come la prima donna «cigno di Stato».
Dopo 154 anni e 21 uomini, è diventata la prima guida al femminile di palazzo Stella. Istituzione di cui Andrea Monorchio è stato per oltre 13 anni l’indiscusso protagonista. Una struttura molto vasta, ramificata in tutto il territorio con circa cinquemila dipendenti: oltre al corpo centrale a Roma di via XX Settembre, ci sono 11 ispettorati generali, 14 uffici centrali di bilancio, 103 ragionerie provinciali. Perrotta, però, non ha mai lavorato alla Ragioneria, che viene invece considerata un fortino anche all’interno dello stesso Mef e ganglio fondamentale della politica di bilancio (dalla programmazione alla gestione delle risorse pubbliche.
Presiede però il Collegio dei Revisori del Coni e il Comitato di indirizzo strategico del Fondo Repubblica Digitale. Come esterni, prima di lei, si contano solo i casi di Vittorio Grilli nel 2002 e di Daniele Franco nel 2013, entrambi poi promossi ministri. Ma se Grilli e Franco avevano già avuto esperienza rispettivamente al ministero del Tesoro e alla Banca d’Italia, la nuova Ragioniera è un’eccezione.
Giurista, economista, artista, ma anche manager. Nei palazzi romani si vocifera dell’esistenza delle «Perrottine», una generazione di donne che lavora al Mef con la Ragioniera e che la imitano nel modo di vestire e di pensare. D’altronde chi la conosce ne parla come una «donna di straordinarie capacità tecniche, che vede dove pochi arrivano». E nonostante «Daria lavora; ah, se lavora!» si ricorda di chi la circonda: «Sa come coniugare la sua vita con il prestigio del suo incarico», raccontano a Milano Finanza persone a lei vicine.
Quella del banchiere è un’arte, diceva Raffaele Mattioli. Lo è anche quella del Ragioniere generale dello Stato. Non solo perché si occupa della gestione delle finanze pubbliche italiane. E il cigno di Stato, con il cerchietto e i vestiti colorati, scivola tra le cifre come sul palcoscenico che l’ha scelta ma da cui scende appena si spengono le luci, per tornare al lavoro. (riproduzione riservata)