La prima tessera del domino è caduta ufficialmente nel giugno dello scorso anno. Dopo anni di trattative, Tim ha scorporato la rete e l’ha ceduta al consorzio di investitori guidato da Kkr e Mef per una valutazione potenziale fino a 22 miliardi. Una spinta che ha innescato una serie di dinamiche, principali e collaterali, che nei prossimi mesi dovranno trovare compimento o vivere passaggi altrettanto decisivi.
Ma per il governo, il grande regista dietro la rivoluzione che sta vivendo il mondo delle telecomunicazioni italiane, non sarà semplice arrivare a compimento del disegno immaginato senza sbavature sul foglio.
Il dossier Fibercop si è fatto improvvisamente rovente negli ultimi giorni. Le voci su tensioni interne, più o meno affidabili, circolavano tra gli operatori del settore da mesi. Il fuoco sotto la cenere si è improvvisamente ravvivato con le dimissioni del ceo Luigi Ferraris. Come raccontato da questo giornale, l’addio è arrivato in larga parte a causa di tensioni continue con gli azionisti per le difficoltà da parte del manager di fare sintesi tra le richieste di Kkr e Mef, assai differenti anche per loro stessa natura.
L’affidamento delle deleghe al presidente Massimo Sarmi, uomo di garanzia del Mef e con profonda esperienza nel settore delle telecomunicazioni, è un chiaro segnale di come sia necessario accelerare sul fronte del piano industriale, in attesa di identificare il profilo adatto a prendere la guida della rete ex Tim.
Anche perché da ambienti vicini al Tesoro è emersa la volontà di accelerare verso la tanto chiacchierata rete unica, aprendo i cantieri nei prossimi mesi (o addirittura nelle prossime settimane) nonostante al momento, secondo quanto risulta, non siano ancora stati convocati tavoli di lavoro.
La strada sarà irta di ostacoli. In primis bisognerà trovare una soluzione tecnica che possa essere approvata dall’Unione Europea. Impensabile che una fusione integrale delle infrastrutture possa ottenere il via libera dall’Antitrust Ue. La soluzione più facile potrebbe essere lo scorporo delle aree nere, in modo da garantire la concorrenza wholesale dove il mercato è profittevole.
Ma la parte più difficile sarà trovare una soluzione finanziaria che possa trovare il gradimento sia di Kkr sia di Macquarie, azionista di minoranza di Open Fiber a cui solo qualche settimana fa è stato chiesto da Cassa Depositi e Prestiti un ulteriore sforzo per mettere in sicurezza il gruppo. Senza dimenticare che i rapporti tra Fibercop e Open Fiber non sono certo idilliaci.
Mettere tutti gli attori intorno a un tavolo, insomma, dovrebbe servire anche per smorzare le tensioni e avviare il dialogo. Consapevoli però che su Fibercop pende la potenziale mannaia dell’Antitrust, che sta esaminando il master service agreement siglato con Tim dopo la cessione della rete: qualsiasi modifica al contratto (nel mirino ci sarebbe soprattutto la durata di 15+15 anni) cambierebbe le previsioni sulla reddittività dell’investimento fatto da Kkr e automaticamente potrebbe influire sulle trattative per la rete unica.
In attesa che i lavori inizino è necessario per il governo e per le due società che i lavori sulla posa della fibra non si fermino. Entro il 30 giugno 2026 dovrà essere portato a termine il Piano Italia a 1 Giga per non perdere i 3,5 miliardi garantiti dal Pnrr e collegare 3,5 milioni di civici nelle aree grigie. Fibercop è più vicina agli obiettivi e la mossa di affidare le deleghe a Sarmi può essere letta anche in questo senso, per non rallentare l’operatività del gruppo in attesa del nuovo capo azienda.
Quanto alla società guidata dal ceo Giuseppe Gola, risolti i problemi finanziari sta accelerando e punta a riallinearsi ai target attesi a fine primo trimestre 2025 sfruttando anche la conclusione della cablatura delle aree bianche del Piano Bul.
La volontà di accelerare sul piano rete unica coinvolge a cascata anche Tim. Malgrado il problema impellente del debito sia stato parzialmente risolto con la cessione della rete, se si verificasse una combinazione Fibercop-Open Fiber entro fine 2026 il gruppo guidato da Pietro Labriola potrebbe incassare fino a 2,5 miliardi di earn out aprendo altri scenari, sia in ottica di remunerazione degli azionisti sia per eventuali operazioni straordinarie. Con Tim, inoltre, ci sono almeno altre due partite aperte per il governo.
La prima è Sparkle. Il deal sembra incanalato su un enterprise value da 700 milioni di euro, ma in settimana il cda Tim ha approvato una proroga fino al 15 marzo. Secondo quanto risulta a Milano Finanza, il finanziamento delle banche al Tesoro e a Retelit non sarebbe in discussione e il rallentamento sarebbe stato dettato solo da problemi burocratici, a cui vanno aggiunte le tempistiche allungate dalla procedura parti correlate a cui deve essere sottoposto il deal. Fonti consultate da questo giornale spiegano poi che l’operazione dovrebbe essere regolata ricorrendo a equity e debito bancario, ripartiti in pesi analoghi.
La seconda partita aperta del governo con l’ex monopolista è il rimborso del miliardo di canone concessorio. La Corte d’Appello di Roma ha respinto la sospensiva e quindi la restituzione dovrebbe essere teoricamente immediata. Tuttavia da una parte non sarà semplice reperire le risorse e dall’altra non sarebbe politicamente facile per Tim andare a sollecitare il pagamento nei prossimi mesi con un decreto ingiuntivo.
La sensazione è che si potrebbe ancora trattare per un accordo nonostante da Palazzo Chigi non sia arrivata risposta alla proposta di sconto di 150 milioni e pagamento a rate che aveva avanzato il gruppo tlc nelle scorse settimane.
Infine c’è un terzo dossier relativo a Tim, quella della direzione strategica del gruppo. Una partita per ora all’intervallo, ma potrebbe vedere aprirsi un secondo tempo nei prossimi mesi. Vivendi ha lanciato segnali di possibile discesa dall’Aventino nel caso in cui arrivasse all’assemblea di aprile senza aver venduto. Anche perché l’esecutivo sarebbe scettico su un possibile spezzatino di Tim, mentre un’apertura avrebbe potuto agevolare la cessione del 23,75% dei francesi a fondi di investimento. Se Vivendi alla fine decidesse di tornare attiva sul dossier, inevitabilmente Cdp (e a monte il governo) potrebbero dover tornare a far sentire la loro voce. (riproduzione riservata)