Dallo Stato banchiere allo stato venditore. Negli ultimi 16 anni i Paesi europei hanno invertito la rotta sul credito e in questi ultimi mesi le exit dal capitale dei grandi istituti stanno accelerando.
Le necessità fiscali e, soprattutto, le alte valutazioni dei titoli sono un incentivo molto forte a monetizzare le partecipazioni ereditate dalle crisi del 2008 e del 2012. Basti pensare che negli ultimi quattro anni l’indice Euro Stoxx Banks ha quasi quadruplicato il proprio valore grazie ai rialzi dei tassi decisi dalle banche centrali per domare l’inflazione.
In questo nuovo contesto il Tesoro italiano ha deciso di disfarsi di un’ampia parte della partecipazione in Mps, incassando sinora 1,6 miliardi di euro. Un’ulteriore tranche dovrebbe arrivare sul mercato nelle prossime settimane e alla finestra c’è già una cordata capitanata dal patron di Banca Finint Enrico Marchi. Come anticipato da MF-Milano Finanza alla compagine potrebbe aderire anche Leonardo Del Vecchio, il quartogenito del fondatore di Luxottica, con la sua Lmdv Capital.
Le notizie insomma sono positive per via XX Settembre, ma è molto improbabile che attraverso la privatizzazione lo Stato italiano rientri completamente delle somme versate negli ultimi sette anni. Dopo aver investito 5,4 miliardi nel salvataggio del 2017 (di cui 3,9 per l’aumento di capitale e 1,5 per il ristoro degli investitori al dettaglio coinvolti nel burden sharing), il Tesoro è stato infatti l’anchor investor dell’ulteriore ricapitalizzazione del 2022 in cui ha versato 1,6 miliardi. In tutto Siena ha drenato ai contribuenti circa sette miliardi, ma ai prezzi ai attuali e in assenza di un premio una privatizzazione integrale potrebbe fruttare circa la metà.
Anche il governo tedesco sta facendo cassa. Lo scorso 10 settembre Unicredit si è aggiudicata per 700 milioni il 4,5% di Commerzbank messo sul mercato da Francoforte nell'ambito della privatizzazione dell’istituto di Francoforte parzialmente nazionalizzato nel 2009 per 18,2 miliardi. Oggi lo Stato ha in mano ancora il 12% e la sua dismissione sarà decisiva per un matrimonio con piazza Gae Aulenti. Alla finestra per le ultime quote pubbliche c’è anche Deutsche Bank che già nel 2019 e nel 2023 si era affacciato sul dossier, anche se quei primi approcci non hanno dato frutti. Non è un mistero che un pezzo consistente della politica e del governo tedesco spingano per una soluzione nazionale e vogliano sbarrare la strada a compratori stranieri.
In manovra c’è anche l’Olanda che vuole ridurre la quota in Abn Amro dal 40,5 al 30% attraverso un piano di cessioni che diventerà operativo a breve. Queste mosse non sono casi isolati. Negli ultimi 10 anni gli stati europei hanno incassato complessivamente oltre 70 miliardi di euro dalla dismissione di partecipazioni bancarie acquisite dopo la crisi subprime e solo lo sprint dell’ultimo anno ha fruttato proventi per 16 miliardi.
Il venditore più attivo risulta il Regno Unito che è stato anche uno dei primi a muoversi sin dal 2013. Nel corso della crisi del 2008-2009 del resto il governo inglese è stato uno dei più attivi nei salvataggi del proprio sistema bancario, investendo quasi 140 miliardi di sterline. L’intervento più massiccio avvenne a sostegno di Lloyds Banking Group, il colosso nato dalla fusione tra Hbos e Lloyds Tsb. Per evitare il fallimento e acquistare il 43,4% del capitale, la Corona sborsò 20,3 miliardi di sterline nell'ottobre del 2008. In meno di dieci anni però la banca tornò completamente privata, consentendo ai contribuenti britannici di incassare 21,2 miliardi con un beneficio complessivo di 894 milioni rispetto all’esborso del salvataggio. Quello di Lloyds però è un caso isolato nello scenario europeo dove quasi nessun governi è riuscito a rientrare dai costi degli interventi post-crisi.
Per esempio è ancora in corso la dismissione della quota che lo Stato britannico detiene nella ex Royal Bank of Scotland, oggi ribattezzata Natwest. Nel 2008 il gruppo bancario di Edimburgo era sull'orlo del default e il governo corse ai ripari con una salvataggio in due tranche: il 28 novembre 2008 venne nazionalizzato il 57,9% del capitale, una quota salita all’84% con il secondo intervento del novembre 2009. L’esborso complessivo fu di 45,5 miliardi di sterline (quasi 55 miliardi di euro ai cambi attuali), aggiudicandosi il titolo di maggior salvataggio bancario in Europa.
Solo una parte di quelle risorse è stata recuperata. Dal 2015 a oggi sono state messe sul mercato molte tranche di azioni che hanno fruttato proventi per oltre 15 miliardi di sterline. Solo nell’ultimo anno sono stati incassati 5,5 miliardi portando la partecipazione sotto il 18%, che sul mercato vale circa 6,5 miliardi di sterline. Realisticamente i contribuenti potranno recuperare solo la metà dell’investimento fatto tra il 2008 e il 2009.
Ancora meno favorevole è la situazione per lo Stato spagnolo. Nel 2012 Madrid versò 22,4 miliardi di euro per salvare Bankia dopo le perdite sui prestiti immobiliari subite al culmine della crisi finanziaria. Due anni dopo finì sul mercato il 7,5% dell’istituto che fruttò proventi per 1,3 miliardi ma da quel momento non ci sono state altre dismissioni significative. Nel frattempo Bankia è convolata a nozze con la più grande banca della Catalogna Caixa dando vita così a Caixabank, il primo polo creditizio iberico. Del nuovo gruppo lo Stato detiene ancora (attraverso fondo pubblico di ristrutturazione Frob) il 17,3% che agli attuali prezzi di mercato vale quasi sette miliardi di euro. Anche in questo caso insomma i proventi finali potrebbero risultare molto inferiori alle risorse versate nel salvataggio.
Anche la privatizzazione di Abn Amro sembra destinata a questo esito. Lo Stato olandese è stato il maggiore azionista del gruppo dopo il maxi salvataggio da 22 miliardi di euro del 2008. Le vendite di azioni avvenute nell’arco dell’ultimo decennio (a partire dalla quotazione del 2015) hanno fruttato ai contribuenti un guadagno di quasi sei miliardi di euro. L’ultima dismissione risale alle scorse settimane e ha portato nelle casse pubbliche ulteriori risorse per 1,17 miliardi, mentre altre operazioni potrebbero arrivare in tempi brevi: i Paesi Bassi hanno infatti annunciato la volontà di ridurre la propria quota dall'attuale 40,5% a circa il 30% e non è escluso che la exit si concluda con un’integrazione. Anche in questo caso però mancheranno probabilmente all’appello miliardi di euro rispetto alla cifra investita nel salvataggio.
La stagione delle privatizzazioni bancarie in Europa non trascura la Grecia. Il governo di Atene, che ha iniettato 50 miliardi nei suoi quattro maggiori istituti per sostenerli durante la lunga crisi del debito del paese, ha raccolto più di 1,7 miliardi nell'ultimo anno vendendo quote in Alpha Bank (qui il compratore è stato Unicredit che ha versato quasi 300 milioni di euro), Eurobank e Piraeus Bank. Da ultimo nei giorni scorsi il fondo di salvataggio Hfsf ha dismesso 61,4 milioni di azioni della National Bank, il secondo gruppo creditizio del paese attraverso un processo di book-building e un'offerta pubblica. (riproduzione riservata)