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Da Bayer ad Adidas, da Volkswagen a Basf: ecco chi è in crisi e chi no tra le big tedesche
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Da Bayer ad Adidas, da Volkswagen a Basf: ecco chi è in crisi e chi no tra le big tedesche

di Fabio Pavesi
23 giugno 2023, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:25

Nei conti della grande industria quotata si riflettono le difficoltà del Paese. I ricavi tengono grazie all’aumento dei prezzi, ma la redditività è in caduta 

Deutschland über alles? Non più, almeno oggi. La Germania non corre più. Anzi, la sua economia è in frenata e ormai in recessione tecnica, dato che negli ultimi due trimestri il prodotto interno lordo è sceso in territorio negativo.

Nel primo quarto del 2023 la caduta del pil è stata dello 0,3% dopo il -0,5% dell’ultimo trimestre del 2022. Ed è proprio la frenata tedesca ad aver contribuito, con il suo forte peso relativo, a mandare l’intera Eurozona in recessione tecnica.

Non numeri da profondo rosso, certo, ma tali da comunque preoccupare gli osservatori. A soffrire non è soltanto la spesa per consumi, che secondo Fitch nell’intero 2023 segnerà un -1,6% contro l’incremento del 4,9% occorso nel 2022, l’anno post-pandemico per eccellenza.Anche la produzione industriale è in flessione, con i nuovi ordini in forte decelerazione. La morsa che stringe l’industria tedesca, più di altre, è stato l’incremento forte dei costi energetici e delle materie prime, solo in parte scaricato sui prezzi di vendita.

E poi la stretta monetaria, che non solo deprime le attività economiche ma comincia a creare problemi anche sul fronte dell’indebitamento.

È la grande industria tedesca, fatta storicamente di chimica, auto e siderurgia, a soffrire di più gli impatti del nuovo corso dell’economia. E i dati di bilancio dei big dell’industria mostrano con chiarezza i segni lasciati dall’iperinflazione da costi e dalla caduta dei consumi.

Il risultato finale è che per molte delle grandi quotate sul Dax, nell’arco degli ultimi 12 mesi, si è assistito a un calo dei ricavi o a una loro stazionarietà, oltre a un forte calo della redditività industriale. I volumi di vendita si contraggono per molte, solo in parte compensati dall’aumento dei prezzi scaricati sui clienti. Ma poi i costi energetici e delle materie prime, esplosi nel 2022, hanno finito per erodere, e di molto, la marginalità.

I due casi

Un caso da manuale è quello della Bayer. Il colosso per antonomasia della chimica e della farmaceutica tedesca ha chiuso il primo trimestre di quest’anno con ricavi totali per 14,4 miliardi, in flessione dell’1,7% sull’analogo trimestre del 2022. Solo un lieve calo, limitato dall’incremento dei prezzi, saliti del 4,7%, a fronte di una caduta del 5,8% dei volumi venduti. Senza il trasferimento inflattivo sui consumatori, il calo del fatturato sarebbe stato ben peggiore. Ma il dato rilevante è il crollo della redditività industriale del 18% in soli 12 mesi, con il margine operativo lordo che è stato eroso dal forte incremento dei costi di produzione. Non solo; Bayer ha bruciato cassa, con un free cash flow negativo per 4,1 miliardi e un indebitamento netto finanziario salito del 4,5% a quota 36 miliardi di euro.

Stesso copione, ma in peggio, per l’altro big della chimica, la Basf, che ha visto una flessione dei ricavi del 13%, determinata da un’evidente caduta dei volumi di vendita per ben il 12,8%. Ed è stato proprio il mercato tedesco quello che ha visto la contrazione maggiore delle vendite, scese del 14%. Il rialzo dei prezzi non è riuscito a stemperare il calo dei volumi. Anche Basf ha pagato caro il rialzo dei costi di produzione, con un mol calato di ben due punti percentuali sui ricavi dal 16 al 14%. La redditività operativa ha perso ben il 33% e così Basf ha bruciato cassa per 1,88 miliardi. Il debito finanziario è in crescita di quasi il 10% sui 12 mesi.

I consumer

Se la grande chimica-farmaceutica ha sofferto, anche le grandi aziende consumer hanno subito la frenata dell’economia. Il potente marchio Adidas ha visto ricavi fermi sul 2022 con costi però saliti del 9,7%. Il margine lordo è sceso dal 50% dei ricavi al 44,8; il risultato operativo è crollato a soli 60 milioni dagli oltre 400 milioni di euro del primo quarto del 2022 e l’azienda di abbigliamento sportivo, tra le più famose al mondo, è andata in rosso per 30 milioni dopo aver registrato un utile netto di quasi 500 milioni l’anno prima. La cassa liquida è passata da 3 miliardi a poco meno di 800 milioni.

Il gigante dei prodotti per la casa Henkel ha sofferto la stessa dinamica. Ricavi sì in crescita del 6,4%, ma solo grazie all’esplosione dei prezzi unitari, saliti del 12% a fronte di un calo dei volumi venduti del 5,4%.

Ma il termometro più efficace per misurare la frenata nella produzione e nei consumi della Germania è Covestro, il big delle plastiche per le più varie applicazioni industriali. I suoi clienti sono perlopiù le aziende automobilistiche e dei beni di consumo. Covestro è un benchmark, dato che i suoi prodotti finiscono nei settori industriali più disparati.Il big delle plastiche ha visto le vendite contrarsi in 12 mesi di ben il 20%, trainate al ribasso dai minori volumi per il 16%. E l’azienda non è riuscita a trasferire sui clienti aumenti di prezzo. Il margine industriale, complice sia il calo dei ricavi sia gli alti costi di un’azienda fortemente energivora, è caduto di ben il 64% e a cascata l’ultima riga di bilancio è finita in rosso per 26 milioni contro gli oltre 400 milioni di euro di profitti netti del primo quarto del 2022.

E l’auto

Anche l’auto, il pezzo da novanta dell’industria manifatturiera tedesca, ha sofferto l’incremento forte dei costi. Volkswagen ha visto l’utile operativo perdere il 31% del valore, scendendo a 5,74 miliardi dagli 8,32 miliardi del primo scorcio del 2022. Eppure le vendite sono andate più che bene, con ricavi saliti del 21%, ma i costi operativi sono incrementati di ben 10 miliardi da 51 a 61 miliardi in soli 12 mesi. Anche nel caso del gigante dell’auto non sono stati i volumi a determinare l’incremento dei ricavi ma il trasferimento di parte dei costi sui prezzi, soprattutto per l’alto di gamma. Le vendite hanno fatto +6,5% mentre il fatturato è salito del 20%. Stessa storia per il gigante dei velivoli Airbus: fatturato in lievissimo calo ma mol precipitato da oltre 2 miliardi a soli 864 milioni.

Si salva il tech

Si salvano, più degli altri, soltanto i titoli tecnologici come Fresenius e Sap, che hanno subito cali meno profondi nella redditività industriale; e ovviamente i titoli finanziari che anzi, in un clima di forte rialzo dei tassi, hanno visto tutte salire i profitti da interessi.

Una delle poche luci verdi nei titoli del Dax è Continental. Il gruppo degli pneumatici ha visto salire i ricavi del 10% senza che i costi erodessero i margini operativi.

Il settore che è però più a rischio per la forte salita dei tassi è quello immobiliare, che in genere ha una leva finanziaria molto alta. È il caso di Vonovia, il big del mattone quotato che soffre non solo in borsa ma anche e soprattutto a livello di fondamentali. Non solo si è fermato il mercato delle compravendite con un calo del 12% nei ricavi del gruppo, ma la società ha dovuto svalutare pesantemente gli asset acquistati negli anni passati, con una rettifica secca di oltre 3 miliardi che ha provocato una perdita di oltre 2 miliardi alla fine del primo trimestre.

E così, mentre il denaro caro soffoca i settori più esposti al debito, il calo dell’economia e quindi dei consumi si fanno sentire sui fatturati della grande manifattura, la quale ha solo in parte compensato i minori volumi con un aumento dei prezzi di vendita. Ma i costi di energia e materie prime hanno eroso la redditività. La Grande Germania è ora il malato d’Europa e i segni si vedono, e molto, sui conti in affanno della grande industria tedesca. (riproduzione riservata)



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