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Cybersecurity, in Italia pochi professionisti della difesa
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Cybersecurity, in Italia pochi professionisti della difesa

di Francescopaolo Tarallo
16 aprile 2025, 09:00

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Solo 14 i corsi di laurea, solo 333 i laureati nel 2023. Ma scarseggiano anche le richieste delle aziende. Perché la formazione in sicurezza informatica non decolla?

In Italia un allarme sicurezza c’è, ma non è quello sul quale la politica dibatte quasi quotidianamente. Anzi, lo ignora benché sia molto concreto ed economicamente molto più impattante di quello causato dalla criminalità che potremmo definire «analogica». Stiamo parlando dei pericoli legati alla cyber-sicurezza, che le tensioni geopolitiche in corso stanno rendendo ancora più evidenti e per i quali siamo del tutto impreparati, sia a livello di singoli enti, sia come sistema nel complesso.

A rilevarlo è la nota mensile di Talents Venture, società specializzata in servizi di consulenza e sviluppo di soluzioni a sostegno dell’istruzione universitaria. Secondo lo studio (https://www.talentsventure.com/osservatorio/), l’Italia è in notevole ritardo, in confronto con altri Paesi europei, nella formazione di professionisti nel campo della sicurezza informatica e dell’amministrazione dei dati. 

Cybersecurity, in Italia pochi professionisti della difesa

I laureati italiani in questo tipo di discipline sono stati nel 2023 solo lo 0,1 per cento del totale, pari a 333, mentre in Francia e Spagna hanno toccato rispettivamente l’1,5% e l’1,3%. In Danimarca si arriva all’1,8% del numero complessivo dei laureati e in Lettonia addirittura al 3,3%. A impressionare è il numero complessivo di giovani italiani che hanno conseguito negli ultimi cinque anni una laurea magistrale in sicurezza informatica: appena 684. Ma attenzione a colpevolizzare gli studenti e la domanda di formazione. Ad essere scarsa, benché in rapida crescita negli ultimi tempi, è al momento l’offerta con soli 14 corsi di laurea specializzati in queste discipline. 

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Non solo. È il sistema Paese nel suo complesso ad apparire disattento alla minaccia, come sottolinea Pier Giorgio Bianchi, ceo e co-founder di Talents Venture. «In Italia la domanda da parte delle aziende di queste figure professionali è ancora debole», spiega Bianchi. «Qualcosa si sta muovendo sul mercato del lavoro, ma ancora oggi la maggior parte dei laureati nel settore della cyber-sicurezza e della amministrazione dei dati viene assorbito dalle società di consulenza e non dalle aziende, segno che queste non sentono il tema come un rischio da affrontare e gestire con proprie strutture. Qualcosa sta cambiando in termini di sensibilità, ma ancora troppo lentamente, mentre osserviamo un’accelerazione nella qualità della formazione e nell’interesse dei giovani».

Il numero di iscrizioni è in forte aumento: 939 nell’anno accademico 2023-24 contro i 530 del 2019-20, quando furono 530 unità. Inoltre, alcuni atenei si stanno affermando come leader della formazione di questi profili. Tra questi Milano Statale, La Sapienza e Torino Politecnico, che sono anche le tre università che ospitano il 60 per cento degli iscritti in Italia per questa tipologia di discipline. In forte crescita in termini qualitativi e quantitativi anche l’offerta formativa di Napoli Parthenope, primo ateneo del Mezzogiorno in queste discipline, e Bocconi, primo tra gli atenei non statali a posizionarsi su questo segmento. 

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La crescita in prospettiva dei laureati, sottolinea la ricerca, se da un lato conforta sul piano delle competenze, non dà alcuna garanzia su quello della domanda da parte delle aziende. Su LinkedIn nel 2024 sono state solo 1.656 le ricerche di lavoro di figure professionali, anche di non laureati, legate alla cyber-security. Un numero davvero troppo scarso in tempi di guerra ibrida e attacchi hacker di cyber criminali, di cui nel dibattito pubblico, soprattutto quello politico, si parla davvero troppo poco.



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