Una crisi sistemica, lunga oltre un decennio, che oggi mostra i suoi effetti più evidenti anche sul piano geopolitico. È questo il quadro delineato da Antonio D’Amato, presidente e ceo di Seda International Packaging Group e presidente della Fondazione Mezzogiorno, intervenuto a Napoli al convegno sul sistema bancario e le sfide globali nella giornata del 30 marzo.
«Non siamo di fronte a una crisi improvvisa, ma a una vera e propria guerra economica di sistema che dura da almeno quindici anni e che oggi si manifesta anche sul piano geopolitico e militare». Un passaggio che sintetizza la visione di D’Amato, secondo cui le difficoltà attuali erano ampiamente prevedibili.
«Abbiamo sottovalutato per anni le dinamiche globali, illudendoci di poter delocalizzare la manifattura mantenendo in Europa ricerca, innovazione e welfare. Ma industria, tecnologia e sviluppo sono inscindibili». Una lettura critica delle scelte strategiche europee, che avrebbero contribuito a una progressiva perdita di capacità produttiva.
I numeri, del resto, confermano la tendenza: «La quota della manifattura sul pil europeo è scesa al 14%, mentre l’obiettivo è tornare al 20%. Negli ultimi otto anni l’accelerazione è stata violentissima». Un arretramento che, secondo D’Amato, rischia di compromettere la competitività del continente nel lungo periodo.
Nel mirino anche l’impianto normativo europeo: «Abbiamo introdotto norme spesso ideologiche e instabili, che hanno generato incertezza. Oggi le imprese non sanno su cosa investire, perché non sanno cosa sarà consentito domani». Un contesto che frena gli investimenti e rende difficile pianificare strategie industriali.
Tra i nodi principali, quelli legati all’energia e alla tassonomia: «Abbiamo costruito strumenti che hanno aumentato il costo dell’energia senza risolvere il problema strutturale. È impossibile programmare investimenti in un contesto così incerto».
Il confronto internazionale evidenzia ulteriormente il gap competitivo: «Negli Usa politiche come l’Inflation Reduction Act sono state adottate in tempi rapidissimi. In Europa discutiamo da anni senza decisioni concrete, mentre altri avanzano».
Da qui l’appello a un cambio di rotta immediato: «La priorità è rimettere in moto il motore industriale europeo, smobilitando rapidamente vincoli e rigidità non necessarie. Non significa abbassare gli standard, ma creare un quadro regolatorio stabile, chiaro e competitivo».
In chiusura, l’avvertimento sul futuro dell’Europa: «Senza industria non c’è autonomia strategica. Se non interveniamo subito, il rischio è che l’Europa perda definitivamente capacità produttiva e ruolo competitivo nel mondo». (riproduzione riservata)