Credit Suisse come Lehman Brothers? No, secondo l’esperto bancario svizzero Peter Kunz, professore di diritto dell’economia all’Università di Berna. Nonostante i credit default swap (le coperture contro il rischio d’insolvenza) siano ai massimi dal 2009, pochi giorni fa, in un intervista all’agenzia di stampa finanziaria elvetica Awp, l’esperto ha rassicurato i clienti del secondo gruppo bancario svizzero, con asset totali pari a 727 miliardi di franchi, dicendo che non avrebbero nulla da temere: l’andamento del corso delle azioni non riflette la solidità finanziaria della banca, ma piuttosto un corto circuito comunicativo dell’istituto, che avrebbe necessità di tempo per la revisione completa della strategia. La Finma non è ancora intervenuta, e comunque, nella peggiore delle ipotesi, la Confederazione tramite la Bns, non esiterebbe a un salvataggio, come avvenne per UBS nel 2008.
Gli fa eco il gestore di Asset Management Oddo Bhf, che in un commento riportato dalla stessa agenzia di stampa, che afferma che il Cet1 ratio del Credit Suisse, il coefficiente di liquidità che contribuisce alla valutazione della solidità finanziaria, è comparabile a quello di altre banche come Ubs, HSBC, Deutsche Bank e BNP Paribas. Secondo Oddo Bhf, inoltre, l’Istituto di Paradeplatz può contare su un capitale Tier1 (Patrimonio di base) di 15,7 miliardi di franchi e su un current ratio (rapporto tra attività e passività in percentuale) del 191%, ben più alto di altri istituti. Il piano di ristrutturazione e ricapitalizzazione che verrà presentato il 27 ottobre prossimo, segue un lungo periodo di azzardi finanziari e perdite di reputazione, dall’entrata nel fondo di hedge funds poi divenuto insolvente, Archegos Capital, costato 5 miliardi di dollari, alla gestione e al mancato ritorno di capitale agli investitori dei fondi assicurativi Greensill, altra società insolvente costata all’Istituto 1,6 miliardi di dollari. Oltre al corollario dello scandalo Suisse Secrets e al congelamento degli assets degli oligarchi russi, pari a 33 miliardi di dollari, nel marzo scorso.
Quattrodici anni fa, proprio nel mese di ottobre, la sorella maggiore Ubs era stata vittima di una simile strategia d’espansione nel settore dell’investment banking, in quel caso nei mutui ipotecari subprime americani. Se allora Ubs e Credit Suisse detenevano il 60% dell’intero mercato dei crediti alle imprese svizzere, oggi, tale soglia si è abbassata al 45%, secondo i dati della Segreteria di Stato per le questioni finanziarie, Sfi. Un dato che potrebbe comunque impattare sul sistema economico elvetico, nel caso uno dei due istituti incontrasse grosse difficoltà di finanziamento e giustificasse un intervento statale. A quel tempo, Ubs, poche settimane dopo il crollo di Lehman Brothers (15 settembre 2008), con il tonfo della fiducia e il congelamento dei prestiti interbancari, si ritrovò con un disavanzo di 20 miliardi di franchi, dopo aver cancellato a bilancio 40 miliardi di attivi persi nella crisi subprime. Si rese necessario il salvataggio di Stato. Il 16 ottobre, governo e Bns annunciarono il loro piano di aiuti: 6 miliardi di franchi prestati dalla Confederazione al tasso del 12,5 % e 54 miliardi dalla Bns, da trasferire su una società veicolo, creata dalla stessa Banca centrale, l’ammontare dei titoli illiquidi. Quei soldi vennero poi restituiti alla Confederazione, con un guadagno da interessi per 1,2 miliardi. Infatti, l'uscita della Confederazione nella partecipazione in UBS avvenne già nel 2009. La Bns riuscì inoltre, tramite la società veicolo (chiamata SNB Stabfund, fondo di stabilizzazione della BNS), a vendere a condizioni migliori tutti i titoli rilevati, grazie all'intermediazione della società di gestione Northern Trust. Con un guadagno di 5 miliardi di franchi.