Se l’Italia farà i compiti a casa in modo corretto non avrà nulla da temere. Ma il governo Meloni è avvisato: l’enorme debito pubblico del Paese, se la Bce alzasse i tassi più del previsto, potrebbe essere un serio problema. E anche le ipotesi più estreme, come il ritorno di sentimenti per la cosiddetta Italexit, non possono essere escluse del tutto. L’avvertimento arriva da Credit Suisse, che ha inserito la possibili crisi di finanziamento del debito italiano niente meno che tra i 10 principali rischi di mercato da monitorare, a livello globale, nel corso del 2023. Essenzialmente, spiegano gli analisti della banca svizzera, «potremmo assistere a una crisi se i tassi Bce si alzassero più delle aspettative e al tempo stesso l’Italia facesse marcia indietro sulle riforme». Un tempesta perfetta che parte da un assunto: l’Italia, spiega il report, deve inasprire la politica fiscale di circa il 4% del prodotto interno lordo per stabilizzare il rapporto debito/pil.
La situazione appare «così disastrosa», dicono gli analisti, essenzialmente per tre motivi. Primo, i tassi di crescita nel Paese sono estremamente bassi, tanto che «il pil pro-capite è sotto i livelli del 2000». Secondo, il deficit di bilancio primario (corretto per il ciclo) nel 2022 è del 2,4%. E terzo, il debito pubblico «è davvero elevato, pari al 147% del pil». Per bilanciarlo serve un tasso reale del -1,3%, calcolano gli esperti: l’attuale tasso reale italiano, usando lo swap sull’inflazione, è invece del 2,1%. Quindi, allo stato attuale, «l’Italia ha bisogno di una stretta fiscale di circa il 4% del pil per bilanciarlo». A questo punto, prosegue il report, una crescita nei rendimenti dei titoli di Stato può portare i costi di finanziamento a livelli che provocherebbero «una spirale, nel momento in cui un aumento dell’1% del rendimento reale dei bond aggiungerebbe un ulteriore 1,5% al finanziamento del deficit». Se il Btp decennale dovesse raggiungere il 5%, ipotizza la banca elvetica, «il finanziamento del debito diventerebbe insostenibile». Secondo lo studio, il Btp potrebbe salire a questo livello «per un allargamento degli spread o per un aumento del rendimento del Bund». Anche con uno spread «normale», infatti, «un Bund al 3% potrebbe spingere l’Italia in una spirale di finanziamento del debito». Cosa porterebbe il decennale tedesco a questi livelli? «Se il Treasury americano raggiungesse il 5%, i salari dell’Eurozona aumentassero e gli indici Pmi europei si riprendessero, la Bce potrebbe alzare i tassi fino al 4,5%».
La banca centrale, dal canto suo, ha tutti gli strumenti per aiutare l’Italia, a cominciare dallo scudo anti-spread (Tpi) e dal Pepp, che verrà reinvestito fino al 2024. Tuttavia, Francoforte potrebbe anche scegliere di non soccorrere l’Italia, laddove il governo non implementasse correttamente tutte le riforme previste dall’attuazione del Pnrr. Al contempo, spiegano dal Credit Suisse, «se la Bce fosse troppo tempestiva nel salvare l’Italia, la mossa potrebbe non essere apprezzata nei Paesi core del continente». Al contempo, conclude il report, se Francoforte imponesse condizioni di accesso al Tpi troppo stringenti, in Italia la mossa sarebbe percepita come una perdita di sovranità, e si potrebbe assistere a un «contraccolpo politico interno». Se poi anche gli spread salissero fino a costringere il governo a riforme radicali, spiegano gli esperti del Credit Suisse, «durante il processo riemergerebbero i rischi di Italexit». (riproduzione riservata)