L’Unione bancaria, così come l’euro, è stata avviata con grandi ideali ma nei fatti si è spesso tradotta in un modo con cui il Paese più forte, la Germania, ha imposto agli altri la propria visione e i propri interessi. La moneta unica era nata, nelle intenzioni di alcuni Paesi (in primis della Francia), come un modo per contenere la minaccia tedesca, concedendo il via libera alla riunificazione in cambio della rinuncia al marco. Ma poi Berlino è riuscita a rendere l’euro congeniale agli obiettivi nazionali, quelli di un’economia esportatrice.
Altri Paesi hanno in gran parte sprecato i vantaggi dell’euro: l’Italia per esempio ha perso l’occasione di ridurre il debito pubblico nonostante i minori interessi. La Germania invece, grazie anche all’efficienza nazionale, ha beneficiato più di tutti del mercato unico, di una moneta più debole del marco e dell’impossibilità per gli altri Paesi di svalutare la moneta.
Berlino ha così ottenuto una netta leadership economica che però non si è quasi mai trasformata in una guida politica per l’Eurozona. Al contrario, la difesa degli interessi nazionali si è spesso rivelata un ostacolo per lo sviluppo dell’area. È quanto sta avvenendo con l’Unione bancaria. In origine il progetto era costituito su tre pilastri da mettere in comune: la vigilanza, la gestione delle crisi e l’assicurazione dei depositi. Solo il primo è pienamente realizzato, mentre il secondo è incompleto e il terzo inesistente. In ogni ambito si la Germania si è fatta sentire.
Sulla vigilanza, affidata alla Bce dal 2014, Berlino ha imposto all’inizio un orientamento severo sui crediti deteriorati. Ai tempi i non-performing loan si concentravano nei Paesi del Sud Europa che avevano vissuto la crisi del debito sovrano. In Germania invece i problemi erano su derivati e titoli illiquidi, meno penalizzati sotto la presidenza di Danièle Nouy.
Inoltre Berlino ha fatto il possibile per mantenere controlli nazionali su una gran quantità di banche, all’interno di un sistema frammentato e spesso inefficiente e legato alla politica locale. In ogni caso gli istituti più in difficoltà (tra questi anche Commerzbank) erano già stati rafforzati prima del 2013 grazie a decine di miliardi di aiuti di Stato.
Questo tema si è fatto sentire anche riguardo al secondo pilastro, quello della gestione delle crisi. Le porte degli aiuti di Stato si sono chiuse bruscamente con una comunicazione della Commissione Ue del 2013 e poi con le regole della direttiva Brrd. Con risoluzioni e bail-in si è passati a un modello opposto rispetto a quello in vigore fino ad allora: le crisi bancarie si sarebbero dovute risolvere facendo pagare le perdite non più agli Stati, ma ad azionisti, creditori e depositanti sopra 100 mila euro.
Il sistema europeo, e in particolare quello italiano, però non era pronto al doppio impatto di npl svalutati e perdite per i creditori. Così c’è stato uno scossone alla stabilità finanziaria nei Paesi come l’Italia che non avevano fornito aiuti di Stato agli istituti prima del 2013.
Anche la Germania si è presto accorta che la linea del bail-in era pericolosa: quando sono entrati in crisi istituti come Nord Lb e Hsh Nordbank (quest’ultimo con sede ad Amburgo, dove era sindaco Olaf Scholz), Berlino si è ben guardata da imporre perdite ai creditori e ha invece continuato a fornire aiuti pubblici, evidenziando una doppia morale nei dissesti.
Il bail-in di fatto era chiesto soltanto fuori dai confini nazionali. Così la Germania voleva evitare anche un peggioramento dei conti pubblici nei Paesi del Sud già molto indebitati e quindi un loro eventuale salvataggio con denaro tedesco. Dopo poco tempo si è capito che il modello del bail-in, razionale in teoria, non è realizzabile nella pratica.
L’Unione bancaria si è trovata così a metà del guado, con la Vigilanza Bce e con procedure Ue incomplete sulla risoluzione delle crisi. Quanto al terzo pilastro, l’assicurazione comune dei depositi (Edis), non si è mai andati oltre la discussione di proposte della Commissione e del Parlamento Ue, senza nessun via libera dai governi.
Il presupposto dell’Edis, secondo la prospettiva della Germania, era la riduzione dei rischi delle banche del Sud Europa, quindi crediti deteriorati e titoli di Stato (sebbene i bond governativi siano l’attività finanziaria più sicura, certo molto di più dei titoli illiquidi).
I non-performing loan sono calati in modo significativo: l’Italia e gli altri Paesi del Sud si sono portati in linea con le medie europee. Nei giorni scorsi Claudia Buch, presidente della Vigilanza Bce, ha detto che «i prerequisiti dell’Edis sono soddisfatti».
Ma resta il nodo dei titoli di Stato. L’Italia non ha mai accettato una regolamentazione più severa dei bond sovrani nei bilanci bancari, mentre la Germania si è impuntata sull’Edis, nonostante i progressi sugli npl e le promesse sull’Unione bancaria.
A livello monetario, l’attenzione della Germania per i titoli di Stato si è tradotta nell’opposizione dell’allora presidente della Bundesbank Jens Weidmann (oggi presidente del consiglio di sorveglianza di Commerzbank) ai programmi di acquisto necessari per riportare l’inflazione al 2%.
L’avversione tedesca alla condivisione dei rischi, oltre che sull’Edis e negli acquisti Bce, è emersa con chiarezza anche su safe asset comuni o Eurobond. Berlino non si fida dei conti degli altri Paesi: l’Italia ha un rapporto debito/pil doppio rispetto a quello tedesco (che è frenato da regole nazionali ancor più che da quelle europee).
La Germania spinge al contrario per non replicare l’esperienza del NextGenEu, considerato un provvedimento eccezionale per la pandemia. L’assenza di titoli comuni tuttavia resta il peccato originale che impedisce progressi significativi nell’Unione Bancaria e nell’Unione dei Mercati di Capitale.
In questo quadro si inserisce la vicenda Unicredit-Commerzbank. Il consolidamento del settore bancario è stato auspicato dalla Bce, che ora è chiamata a una prova di indipendenza dopo l’opposizione del cancelliere Olaf Scholz all’operazione tra le due banche. Durante la presidenza di Andrea Enria, la Vigilanza ha rimosso alcuni ostacoli al consolidamento, tra cui i vincoli sul capitale e sul badwill. La supervisione Bce, ora guidata dall’ex vicepresidente della Bundesbank Buch, avrà 60 giorni di tempo per decidere sull’autorizzazione a Unicredit per salire nel capitale di Commerzbank.
Negli ultimi anni la Germania ha più volte dato l’impressione di voler accettare solo i benefici dell’Europa. Il celebre rigore morale tedesco è stato applicato con più decisione verso gli altri Paesi. Il problema è che la difesa a spada tratta degli interessi nazionali, già complicata in un’Unione monetaria, è diventata irrealizzabile nel nuovo contesto geopolitico. Se nascerà Uni-Commerz, la banca avrà solo il 15% degli asset di JpMorgan. Gli istituti Ue non possono competere con i colossi americani o cinesi.
Nonostante la Zeitenwende (svolta epocale) annunciata da Scholz dopo la guerra in Ucraina, la Germania non ha mostrato la volontà di nuove politiche in Europa, anche a causa della debolezza del governo. In tal senso la vicenda Unicredit-Commerzbank sarà un passaggio importante, non solo per l’Unione bancaria. L’Europa non può più restare a metà del guado. (riproduzione riservata)