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Così l’IA fa crescere il wellness

di Francescopaolo Tarallo
05 giugno 2025, 08:00

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Rigore metodologico, basi scientifiche solide e visione olistica. Gli esempi più promettenti di innovazione made in Italy applicata alle app per il benessere

L’attenzione per i temi di wellness cresce sempre di più e inevitabilmente si moltiplicano anche le applicazioni dell’IA sul tema. Molte di queste trovano terreno fertile per lo sviluppo proprio in Italia, soprattutto quando l’ecosistema del Paese riesce a creare sinergie tra laboratori accademici, aziende biomedicali e startup digitali. A livello globale, il mercato del welness supererà i 6.800 miliardi di dollari nel 2025, con una previsione di crescita fino a quasi 10mila miliardi di dollari entro il 2029. In parallelo, il segmento della salute e del benessere digitale trainato dall'AI è stimato ad oltre 400 miliardi di dollari, con prospettive di crescita annuale robuste, vicine al 20 per cento. Anche in Italia il settore è in espansione: il solo mercato del benessere aziendale vale oltre 1,2 miliardi di euro, con stime in crescita costante fino a oltre il miliardo e mezzo. In questo contesto dinamico, l’Italia inizia a posizionarsi come uno degli attori emergenti grazie a una serie di fattori distintivi.

Uno dei punti di forza è la ricerca universitaria e la connessione tra atenei e startup che garantisce un rigore metodologico e una base scientifica più solida rispetto a molte piattaforme straniere. Università come quelle di Torino e di Milano hanno avviato spin-off focalizzati sull’IA applicata alla salute come Mind To Move, specializzata in prevenzione e lifestyle prediction. A Torino, il background in dietologia e scienze motorie ha portato allo sviluppo di progetti come Kilogram, app nutrizionale che integra biometria e intelligenza artificiale. Ma non ci sono solo centri di ricerca e app: ad esempio Weabios, spin-off dell’Università di Pisa, crea dispositivi tessili per il monitoraggio della pressione.

Altra caratteristica della scalata italiana al benessere guidato dall’Intelligenza artificiale sono i distretti biomedicali, come quello emiliano-romagnolo, che ha i suo cuore pulsante tra Faenza e Forlì, e i centri tech come Milano, che creano le condizioni per una sinergia tra ricerca, hardware e software. Questo favorisce applicazioni integrate tra dispositivi wearable, sensori, analisi dati e interfacce utente che stanno evolvendo velocemente apparecchiature e applicazioni dedicate al wellness.

Così l’IA fa crescere il wellness

La differenza nell’approccio made in Italy

A fare la differenza, in alcuni casi, è l’approccio olistico e trasversale all’idea di benessere. Molte startup italiane integrano aspetti fisici, mentali, nutrizionali e persino lavorativi, puntando all’equilibrio e al miglioramento complessivo della persona come la piattaforma Dai Dai!. A questo si aggiunge il deciso orientamento alla personalizzazione estrema ottenuto con l’uso combinato di dati biometrici, genetici e comportamentali che permette di costruire piani su misura come quelli proposti da Uell, che parte dal DNA per costruir ei piani di salute o Kilogram, che collabora con nutrizionisti e farmacie per validare i consigli dell’AI. Altra piattaforma che si sta imponendo è il sistema FiGo che è stato integrato in numerose palestre italiane per migliorare e personalizzare l’esperienza degli utenti.

Così l’IA fa crescere il wellnessCosì l’IA fa crescere il wellness

Fin qui le note positive. Non mancano, naturalmente, i limiti strutturali e alcuni rischi legati in primo luogo al minore sviluppo di AI generativa rispetto ad altri paesi. Mentre altrove si investe massicciamente su modelli linguistici, reti neurali avanzate e sistemi multimodali, molte startup italiane si concentrano ancora su algoritmi di machine learning più tradizionali, spesso per limiti di budget o di accesso alle infrastrutture cloud. A rallentare la crescita del sistema Italia in questo settore si aggiungono la penuria di venture capital specializzati e la frammentazione normativa, anche se da quest’anno dovrebbe essere superata grazie alle nuove linee guida UE che prevedono certificazioni cliniche e audit algoritmici per le app analitiche di dati vitali. Inoltre, spesso, le soluzioni italiane, pur innovative, tendono a essere sviluppate con focus locale o regionale, con carsa integrazione con i grandi ecosistemi di piattaforme e dispositivi internazionali quali Apple Health e Google Fit, limitandone la fruibilità per un pubblico globale e l’attrattività verso investitori esteri e media specializzati.

La sfida con i colossi internazionali resta, in ogni caso, aperta e nel prossimo futuro si giocherà soprattutto su due piani. Il primo è l’associazione dell’IA ai wearable; il secondo la crescita di realtà virtuale e ambienti immersivi, che come il progetto Challenger XR puntano a creare esperienze di allenamento aumentato e personalizzato attraverso avatar e simulazioni 3D. L'Italia può competere e tentare di vincere la partita, quanto meno a livello europeo, se continuerà a sviluppare modelli integrati e costruiti sulla cultura della prevenzione. Magari cercando alleanze internazionali e attraendo investimenti che le permettano di passare da promettente laboratorio a fornitore credibile di soluzioni wellness su scala globale.

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