Cosa scriverebbe oggi Oriana Fallaci delle prossime elezioni americane, o del dilagare dell’intelligenza artificiale, o degli incontri fra Xi Jinping con il capo dell’India, Narendra Modi e lo zar della Russia, Vladimir Putin?
Mi è venuto voglia di pensarlo, perché è stata annunciata una fiction di otto puntate sulla più grande giornalista italiana di tutti i tempi, ma riferita a quando non era ancora la regina e il presidente degli Usa Richard Nixon non si chiedeva ancora, prima di iniziare le conferenze stampa: «Where is the Queen?».
Oriana era fiorentina, come lo sono io e fra noi c’è sempre stato un certo feeling specialmente sulla Cina, da quando riuscii a fargli intervistare il Vicepresidente e salvatore della Cina, Deng Xiao Ping. Oriana, all’apice della sua notorietà, viveva principalmente a New York, nella sede che Angelo Rizzoli sr. aveva comprato, con dollari in contanti, tanto da creare problemi al direttore di allora della sede di NY della Bnl. La sede era nella Quinta strada, quasi davanti a quella che poi è diventata la Trump tower. In Usa, già allora, non circolavano contanti, almeno per grandi operazioni come quella della sede Rizzoli, con bellissima libreria e uffici per i corrispondenti. Ma sia Ugo Stille, allora corrispondente del Corriere della Sera acquistato dalla Rizzoli, sia Umberto Venturini, mio corrispondente a il Mondo, non reggevano le sfuriate di Oriana e quindi avevano deciso di pagarsi l’ufficio in Times Square.
A parte l’insofferenza dei colleghi, Oriana era straordinaria e sono sicuro che, se potesse scrivere sulle prossime elezioni americane metterebbe Donald Trump all’inferno; Oriana non era di sinistra, ma certo già prima che Trump entrasse in politica aveva di lui un’idea critica, considerandolo un pericolo non solo per gli Usa ma per tutto il mondo. Eppure, agli inizi del 2000 e fino al 2009 Trump è stato per il Partito Democratico, mentre è stato repubblicano dal 1987 al 1999 e di nuovo repubblicano dal 2011. Già questa alternanza lo qualificava e lo qualifica. Della alternativa a Trump, Kamala Harris, per l’epoca in cui è emersa, Oriana non ha potuto lasciare nessuna opinione, ma sono convinto che alla fine le potesse piacere. Probabilmente di più di Hillary Clinton, che l’ha vista come senatore ma anche come offesa dal marito Bill e quando Hillary si candidò a presidente nel 2008, purtroppo Oriana non c’era più.
Sull’AI sono sicuro che Oriana si sarebbe entusiasmata ma anche preoccupata di come l’intelligenza artificiale potesse o anzi possa superare quella umana o, meglio, talvolta umiliarla. L’umanità, anche se rabbiosa, di Oriana non avrebbe assolutamente accettato lo strapotere che con l’AI si è preso Elon Musk e il suo gesto di regalare dollari a chi voterà per Trump. Ma anche Chat Gpt, che tenta di sostituire l’uomo, sono convinto che l’avrebbe criticata quantomeno per la riduzione che ne fa della funzione dei media realizzati dagli uomini. Per questo avrebbe sicuramente approvato la scelta, quasi in solitario, del New York Times di non accettare le richieste di Sam Altman di comprarsi tutti i contenuti dell’archivio del più grande giornale al mondo, lasciando che la composizione delle notizie escludesse l’uomo.
Ma sono anche sicuro che sarebbe stata felicissima di poter partecipare, pur amando la modernità, alla battaglia per contenere il potere smisurato dei grandi intermediari digitali, da Apple a Google e ai loro accordi miliardari (chi può dimenticare l’accordo segreto, scoperto dalla bravissima responsabile dell’Antitrust americano, Lina M. Khan, del valore di 30 miliardi di dollari all’anno pagati da Google perché il primo fabbricante di device immettesse nei programmi come prima scelta automatica il sistema appunto di Google?).
Che peccato che Oriana non abbia potuto vivere in anni come questi di rivoluzione tecnologica e sociale. Avrebbe aiutato molto a capire e a scegliere il giusto o quantomeno il male minore.
Ma il punto chiave su cui avrebbe aiutato i cittadini a capire meglio e quindi a poter scegliere, non solo liberamente ma anche in modo difensivo per la democrazia, riguarda i ritratti dei grandi del mondo. Mi prenderò la licenza di scrivere cosa sono sicuro che Oriana avrebbe scritto sull’evoluzione cinese, sull’involuzione russa, e sulla grande crescita dell’India.
I lettori di queste pagine strasanno che proprio per capire e far capire, nel pieno della sua professionalità, Oriana cominciò a intervistare, con la sua penetrante intelligenza e determinazione e quindi durezza i grandi, o comunque anche i più pericolosi, del mondo: a cominciare da Ruhollah Khomeini, a Muhammar Gheddafi (che coraggio, da sola, sotto la tenda nel deserto con il capo sciagurato della Libia), al grande riformatore cinese, il vicepresidente Deng Xiaoping per mio intervento e per quello, decisivo, del presidente Sandro Pertini. Attraverso gli uomini di potere, di grande potere, Oriana ha anche messo in guardia il mondo democratico. Ma ha svelato anche l’anima migliore della Cina, facendo parlare Deng Xiaoping nel 1980, si da svelare le potenzialità che aveva la Cina.
In questi giorni si sono incontrati l’attuale capo della Cina, Xi Jinping, il dittatore della Russia, Vladimir Putin e il presidente dell’India Narendra Modi. Se ci fosse ancora, Oriana tenterebbe di intervistarli tutti e tre, aiutando il mondo a capire dove stiamo andando.
Per quattro anni India e Cina sono stati in una totale frattura nei rapporti bilaterali, per uno scontro mortale ai confini. Questa frattura ha prodotto l’afflusso di un numero enorme di truppe dei due paesi da una parte e dall’altra della frontiera dell’Himalaya, con ogni tipo di armamenti. Ma anche di più: la Cina ha armato sempre in maniera crescente il Pakistan, che è il peggior nemico dell’India, perché possa fargli iniziare una guerra.
Ma, sorpresa: è di pochi giorni fa l’incontro in Russia di Xi e di Modi, presente e artefice dell’incontro naturalmente Putin. Non è casuale che questo incontro sia avvenuto alla vigilia delle elezioni Usa. Cina e India hanno un contenzioso di frontiera in atto da anni e ancora vivo. E da tempo è partita la strategia americana di trasferire in India gli investimenti, in particolare in tecnologia, che negli ultimi 30 anni avevano compiuto Apple e Google in Cina per avere prodotti tecnologici a basso costo. Ma appunto la preoccupazione americana e di un certo mondo occidentale che la Cina era in questo modo diventata una potenza tecnologica dominante, ha fatto sì che crescessero gli investimenti e le attenzioni in India. In questo contesto si è inserito Putin che appunto ha favorito l’incontro a tre a Kazan, giocando sul fatto che India e Cina fanno comunque parte dei Brics, i paesi in via di sviluppo che di recente da sei sono diventati undici, essendosi aggiunti Argentina, Egitto, Etiopia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Non è che con questo sia stato, per esempio, risolto definitivamente il conflitto dell’India con Pakistan, visto che la Cina ha ampliato gli aiuti militari allo stesso Pakistan, e allo stesso modo nello stesso tempo l’India ha limitato gli investimenti cinesi nel paese, ma nonostante tutto ciò è evidente che proprio in vista delle elezioni americane vari movimenti potrebbero lasciar pensare alla nascita di una nuova geopolitica regionale, ovviamente di una regione molto vasta che comprende sia Cina che India e Russia. Del resto, era dal 2019 che Xi Jinping e Modi non si incontravano ufficialmente in forma bilaterale.
Non vi è dubbio che sia un segnale molto importante per il mondo occidentale e in particolare per l’Europa e l’America. Sarà perché sono in corso le elezioni americane, ma certo tutti questi fatti e relazioni sarebbero materia straordinaria per Oriana Fallaci. E in sua assenza, è importante che altri tengano l’obiettivo puntato su tutti i paesi citati e anche molti di più, perché importanti svolte e grandi incognite possono derivare da chi diventerà l’inquilino della Casa Bianca, pur sempre il più importante inquilino del mondo. E purtroppo manca un interprete che non abbia timore di affrontare direttamente i più potenti del mondo per intervistarli e cavar fuori i loro veri programmi.
C’è una connessione fra il successo nel business e nella finanza e il sesso di chi opera? MF-Milano Finanza non ha mai ragionato e scritto con questa logica. Invece Fortune, il mensile più famoso per le classifiche, ha voluto affrontare il tema e nella maniera più dura, cioè non fra uomo o donna, ma fra chi è Lesbica, Gay, Bisessuale, Transgender o Queer, cioè una persona senza etichette. Le iniziali di questi nomi formano la sigla LGBTQ e Fortune ha compilato la prima classifica considerando il genere con il titolo Fortune LGBTQ Leaders e il sommario «Celebrating the World’s top executive who also happen to be LGBTQ+».
E così in copertina del numero di ottobre sorride Julia Hoggett, «the first openly gay ceo of the London Stock exchange». E il testo comincia così: «La rappresentanza è importante. Le aziende di oggi dovrebbero riflettere chi siamo e quali siano i nostri valori condivisi. La lista inaugurale dei leader LGBTQ+ di Fortune è un indicatore di quanta strada abbiamo fatto: molti dei leader che vengono menzionati erano già nati quando le relazioni omosessuali erano ancora un crimine e, nonostante ciò, c’è ancora molta strada da fare. Per la prima volta Fortune ha classificato i migliori ceo, presidenti e co-fondatori del mondo, che sono anche LGBTQ+ e lo ha fatto in base al fatturato generato dalle loro aziende. Rispetto alle classifiche tradizionali di Fortune, la lista LGBTQ+ è più diversificata con il 20% di donne (solo il 6% nelle classifiche tradizionali) e una diversità di etnie migliore del previsto».
La prima classifica è composta da 25 manager e imprenditori. Al primo posto compare Tim Cook di Apple, ceo fin dal 2011, al secondo posto Jim Fitterling, chairman e ceo di Dow fin dal 2018, terzo è George Cheeks, co-ceo di Paramount global dal 2024, al decimo posto compare Giorgio Armani, fondatore e chairman dal 1975, al 14° posto Stefano Gabbana, cofondatore di Dolce & Gabbana dal 1985. Julia Hoggett, la ceo della Borsa di Londra è al 21° posto. Ultimo classificato Eric Dube ceo dal 2019 di Travere Therapeutics. Per entrare in classifica servivano almeno 100 milioni di dollari di fatturato della società.
Qualcuno si meraviglia che il magazine più famoso per le sue classifiche sia andato a farne una speciale per chi appartiene a una delle categorie LGBTQ+ e lo dichiara?
A meravigliarsi possono essere solo chi pensa che il business sia solo per uomini o donne secondo natura. Certo, se si pensa a cosa è successo al ministero della cultura italiano, che non è una società per azioni, e due scandali sono esplosi per ragioni sessuali… Ma non mi pare civile mischiare le capacità manageriali con quanto avviene a letto. Quindi con tutto il rispetto per Fortune, credo che lo abbia fatto non per visione liberale ma per conquistare qualche lettore in più. (riproduzione riservata)