In occasione dell'avviata preparazione della quarta Legge di Bilancio targata Meloni il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha rilasciato una serie di dichiarazioni sui temi in discussione, che riguardano tra l'altro la riduzione dell'Irpef per il ceto medio, la nuova rottamazione delle cartelle, la revisione dei diversi bonus e, non per ultimo, la vexata quaestio del cosiddetto contributo delle banche alla legge in questione.
A quest'ultimo proposito l’aspetto nuovo, o comunque adesso formalmente dichiarato, riguarda l'esplicitazione che la decisione di eventualmente intervenire sulle banche presuppone valutazioni politiche che saranno compiute a breve, una volta definite le priorità entro due settimane.
In sostanza, il ministro riconosce il carattere politico della scelta che sarà adottata: poiché alla fin fine tutte le misure della specie comunque concretano scelte politiche, averlo esplicitato significa qualcosa di più e che sia proprio il responsabile dell'Economia a farlo rende ancor maggiormente interessante l'espressione. E con un passo ulteriore si può dire che questo argomento ha progressivamente assunto un carattere identitario per le diverse componenti della maggioranza.
Giorgetti ha detto pure, ricorrendo a una metafora, che, se nel suo agire ogni tanto frena e usa la frizione, lo fa per il bene dell'Italia. Guido Carli parlava invece di tacco e punta (ma anche di acceleratore e freno), essenziali per la manovra di politica monetaria. Sia chiaro: non sembra che il ministro sin d'ora si sottragga a una decisione sul contributo delle banche che il capo del suo patito, Matteo Salvini, continua a sostenere affermando che ne parlerà con gli amministratori delegati, ma neppure la sposa.
Posto dunque l'affermato carattere politico, ci si deve chiedere come si possa introdurre una nuova misura dimenticando che l'intesa con le banche dello scorso anno ha ancora validità per l'anno in corso e una modifica equivarrebbe a una violazione dell'antico fondamentale brocardo «pacta sunt servanda», che è anche un principio di civiltà giuridica. Ovviamente si può sempre innovare, modificare, ripensare.
Ma è ammissibile che lo faccia un governo che oggi viene premiato per la stabilità (che riguarda non solo la permanenza in carica ma anche le certezze della propria linea). In ogni caso, c'è da sperare che non si impegnino le prossime settimane su questo argomento proseguendo a zig-zag allo stesso modo degli ultimi due anni e che i confronti, che nelle due passate occasioni sono avvenuti a consolidamento di scelte dell'esecutivo, avvengano prima, anche perché sull'argomento è, per esempio, preventivo l'obbligatorio parere della Bce.
Insomma, questo è proprio il caso del «freno» di Giorgetti e del parlare, quando in grado, da parte del governo in quanto tale, non ad opera di singoli esponenti. Piuttosto si potrebbe valutare quale maggiore apporto alla crescita può venire dal settore bancario e finanziario mobilitando con incentivazioni - ma non con misure dirigistiche - una quota dei depositi bancari (ora pari complessivamente a oltre 1.800 miliardi di euro).
Ciò che è necessario è disporre di una proposta organica per il settore in cui vi siano il dare e l’avere, non a «pezzi e bocconi» denegando nei fatti ciò che si è negoziato un anno fa. Militano per questa esigenza pure le altre misure all'esame sopra ricordate. In un momento difficile, innanzitutto per la situazione geopolitica internazionale, c'è bisogno maggiormente di piani strategici, non di misure «a sacco d'ossa». A fortiori se si devono definire priorità. (riproduzione riservata)