«Coloro che vedono la luce prima degli altri sono condannati a continuare, a dispetto degli altri». La frase è di Cristoforo Colombo, italiano (anzi, genovese), classe 1451. Navigando attraverso il mare aperto dell’innovazione made in Italy e dei suoi campioni, il pensiero corre al gran navigatore. Forse, parlando di gente che sta trasformando il mondo attraverso la tecnologia, sarebbe più ovvio esordire con un Leonardo Da Vinci, con un Galileo, o con un Enrico Fermi, per dire. Ma nell’epopea di Colombo, più che nei percorsi degli inventori, imprenditori e scienziati di professione, ci pare di ritrovare lo spirito degli startupper di oggi. Dopo aver letto centinaia di biografie e di storie di impresa, macinato numeri e classifiche, aver comparato percorsi, successi, cadute e ascoltato le voci di coloro che ce l’hanno fatta, ci piace provare a riassumere lo spirito dell’innovatore in tre atteggiamenti che richiamano la figura e l’avventura dello scopritore delle Americhe.
Primo. Avere una convinzione, sentirsi chiamato a una missione, e avere la caparbietà di non mollare finché non si mette alla prova la propria idea. Per anni Colombo ha bussato alle porte di facoltosi confraternite di mercanti e di blasonate corti regali (oggi li definiremmo fondi di Venture Capital), mettendo sul tavolo l’idea folle del navigare verso occidente per raggiungere le Indie. Ad accoglierlo, ovunque, un insofferente scetticismo. Se per millenni la rotta giusta è stata quella verso Oriente, che cosa ci viene mai a dire questo invasato? Perché rischiare soldi, navi ed equipaggio per imboccare una strada nuova? Colombo aveva studiato, aveva provato e riprovato a confrontare mappe e mappamondi, soprattutto se lo sentiva. C’era una via diversa da quella fino ad allora percorsa, solo che il mondo semplicemente non la vedeva.
Secondo. Ci vuole qualcuno che, per convinzione o per convenienza, creda in te. Alla fine Colombo, lasciata l’Italia e le sue Repubbliche Marinare (ironia della sorte), ha fatto come tanti cervelli in fuga e andare a bussare alla corte di Castiglia. Lì sulla ragioneria spiccia del ritorno immediato sull’investimento, prevalse la visione e qualcuno (non re Ferdinando, badate bene, ma la Regina Isabella, tanto per dire come l’intuito femminile possa fare la differenza), ritenne che tre caravelle e 120 marinai fossero una «perdita ragionevole». Quindi perché non provare a dare un’opportunità a questo testardo capitano genovese?
Terzo. Le innovazioni più stupefacenti sono frutto della serendipity, dell’imprevedibilità casuale. Partito per raggiungere le Indie e il Catai, il nostro navigatore s’imbatté in un nuovo mondo che non stava su nessuna mappa, e quell’approdo ha cambiato la visione del mondo conosciuto, oltre che la sua storia. Alla fin fine, la gloria di Colombo è il risultato di un madornale errore. Senza cadere nella retorica americana per cui «ogni fallimento è un passo verso il successo», è utile ricordarci che chi affronta la vita guidato dal timore di non sbagliare difficilmente fa dei passi in avanti. Figuriamoci attraversare un oceano! © riproduzione riservata